Boscoreale. Carcere a vita per i killer di Morione, la famiglia: 'Noi da 4 anni all'inferno'
Nelle ore in cui per la banda si profila l’ergastolo per la morte del commerciante di Torre Annunziata, la lettera della famiglia che trasuda dolore e richiesta di giustizia
05-11-2025 | di Marco De Rosa
VERSIONE ACCESSIBILE DELL'ARTICOLO
Quattro. Sono passati quasi quattro anni da quella sera maledetta dell’Antivigilia di Natale, quando Antonio Morione, commerciante di Torre Annunziata, venne ucciso durante un tentativo di rapina nella sua pescheria di Boscoreale. Quattro anni di dolore, di assenza e di lotta. E nelle ultime ore in cui i pubblici ministeri Andreana Ambrosino e Giuliana Moccia hanno chiesto l’ergastolo per i quattro imputati, le “belve” che gli strapparono la vita, la famiglia Morione affida alle parole una testimonianza struggente, un grido di giustizia e disperazione.
“Chi legge potrà pensare: ‘già, sono passati quattro anni dalla morte di quel pescivendolo di Boscoreale’. Ma per noi, la sua famiglia, questi anni non sono volati. Ogni giorno ci ritroviamo a sbattere la testa contro il muro, a chiederci continuamente: ‘perché proprio a lui?’. Non è facile spiegare quanto sia dura mostrarsi ogni giorno con un sorriso finto sul volto, quando dentro vorresti solo tornare indietro e impedire a quel terribile giorno di arrivare. Noi la forza ce la mettiamo, eccome, ma non è facile. Solo noi conosciamo il dolore che ci portiamo dentro, la voce di quel marito e padre che di tanto in tanto ancora rimbomba nelle orecchie, i ricordi che ci attraversano la mente”.
Omicidio Antonio Morione, stretta sui killer: 'Accuse solide e prove schiaccianti'
In Corte d’Assise l'udienza per inchiodare alla responsabilità la banda di rapinatori: l’accusa chiede il carcere a vita
Quella della famiglia Morione è una lotta silenziosa e instancabile, fatta di presenza costante a ogni udienza, di occhi che non si abbassano davanti agli assassini di Antonio, nemmeno quando i pm pronunciano le richiesta di ergastolo per Luigi Di Napoli, Giuseppe Vangone, Angelo Palumbo e Francesco Acunzo. “Siamo quasi arrivati alla fine del processo – scrivono – e la possibilità che quei maledetti non abbiano la condanna che meritano rende queste giornate ancora più dure. Ogni volta dobbiamo rivivere lo stesso film, ma continuiamo a esserci, per assicurarci che non ci siano incongruenze, per dare voce a chi non può più difendersi”.
La lettera è una ferita aperta che racconta una perdita senza risposte. “Come si può togliere un padre ai figli e un marito alla moglie? E tutto per cosa? Per una rapina l’Antivigilia di Natale? L’umanità si è davvero ridotta a questo? Chi ha commesso l’omicidio continua a vivere, ha ancora dei familiari da cui tornare. Noi abbiamo perso il nostro padre di famiglia, la nostra guida. La casa è vuota senza di lui, il cuore è più pesante, la mente cerca di distrarsi ma non ci riesce”.
E poi, la chiusura, che pesa come una condanna più di qualsiasi sentenza: “Loro hanno distrutto la nostra famiglia e le nostre vite. Per noi non rimane che la malinconia dei vecchi ricordi e la speranza che gli assassini marciscano in prigione. In attesa che loro raggiungano il loro inferno, noi qui stiamo già vivendo il nostro, da quattro anni”.
Parole che arrivano nel giorno in cui la giustizia si prepara a scrivere un capitolo decisivo, ma che ricordano, con una forza disarmante, che dietro ogni vittima ci sono vite sospese, famiglie spezzate e un dolore che nessuna sentenza potrà mai cancellare.
Sondaggio
Risultati






