Castellammare di Stabia. “L’omicidio di Luigi Tommasino è certamente da ascriversi ad una decisione maturata nell’ambito del clan D’Alessandro e da individuarsi nella rottura dei rapporti con Sergio Mosca”. A scriverlo sono i giudici della II Sezione della Corte d’Appello d’Assise di Napoli, nelle 19 pagine delle motivazioni della sentenza che lo scorso 22 giugno aveva condannato a 30 anni ciascuno sia il giovane Catello Romano che il neo collaboratore di giustizia Renato Cavaliere, all'epoca dei fatti reggente del clan stabiese.

La sentenza aveva cancellato gli ergastoli emessi da una diversa sezione dello stesso tribunale di secondo grado. Ma per entrambi gli imputati era comunque arrivato il riconoscimento dell'aggravante del contesto mafioso, in cui maturò l’efferato omicidio del consigliere comunale del Pd. Luigi Tommasino fu ucciso il 3 febbraio 2009 in pieno centro a Castellammare di Stabia. Perché da quando era stato arrestato Pasquale D’Alessandro, figlio di Michele, il defunto boss fondatore del clan, “non si comportava più bene”.

Tredici i colpi esplosi dal killer Renato Cavaliere, oggi pentito di camorra. “Ero il reggente. Avevo carta bianca dal boss Vincenzo D'Alessandro per eliminare le persone che intralciavano i nostri interessi, come Gino Tommasino. Chiedo perdono ai familiari per quello che ho fatto – aveva dichiarato Cavaliere, prima della condanna incassata nello scorso giugno, collegato con l’aula del Palazzo di Giustizia da un sito riservato - . Adesso anche loro devono sapere la verità». Gli altri due cecchini, Salvatore Belviso e Raffaele Polito, erano già stati condannati in via definitiva a 18 e 12 anni ciascuno perché entrambi collaboratori di giustizia.

“I killer agirono a volto scoperto, in centro cittadino e in nome del clan D'Alessandro” scrivono ancora i giudici nelle loro motivazioni. “L'ok per uccidere Gino Tommasino arrivò direttamente dal boss Enzo D'Alessandro, la cui autorizzazione era necessaria per procedere”. Ma per il ras, all’epoca ‘confinato’ a Rimini, secondo quanto confessato proprio da Belviso in passato agli inquirenti “l’uccisione di Tommasino non era prioritaria. Era necessario prima pensare ad altri due omicidi”. Quelli di Antonio Fontana, che coi suoi racconti all’antimafia “aveva fatto arrestare i D’Alessandro”, e di Gennaro Chierchia di Gragnano, alias Rino ‘o pecorone.  

A dare l'input al massacro del politico fu però il suocero di Pasquale D’Alessandro, Sergio Mosca: altro storico affiliato alla cosca di Scanzano, scarcerato di recente dopo una pena definitiva a 10 anni per associazione a delinquere di stampo camorristico ed estorsione, e ritenuto molto vicino proprio a Luigi Tommasino. Fu Mosca ad incontrare il consigliere comunale qualche giorno prima dell'agguato, e poi a chiedere al clan di ucciderlo: perché con Pasquale D'Alessandro ormai in cella, l’esponente del Pd “non aveva rispettato i patti fatti con l’associazione”.

Tommasino avrebbe pagato con la vita quei legami “pericolosi” instaurati con elementi di spicco dei D’Alessandro. A Mosca che - così i giudici - “aveva costituito per Tommasino un sicuro punto di riferimento cui rivolgersi per risolvere ‘per via breve’… questioni che gli venivano sottoposte da parenti o amici”, il politico aveva infatti chiesto di intercedere con gli esattori del clan per “cancellare” la richiesta di pizzo ad un suo parente: il “piacere” fu accordato. Ma dopo, secondo il clan, Tommasino non avrebbe ricambiato.

Il consigliere ‘Dem’ avrebbe invece “favorito un'altra ditta” nella gestione dell’affaire “strisce blu” del parcheggio a Castellammare di Stabia, escludendo aziende vicine ai D’Alessandro. La punizione arrivò brutale ed a pochi minuti da un incontro a Vico Equense, dove Luigi Tommasino avrebbe dovuto parlare con due imprenditori “estranei” per la gestione del parcheggio al centro della cittadina.