TORRE ANNUNZIATA. Habtom, 17 anni, eritreo, un migrante: in viaggio 5 mesi, dall'Africa all'Italia, stipato in un barcone con altri 20 ragazzini per un sogno chiamato libertà. Habtom, 17anni, crede in Dio, è cristiano ortodosso copto. Ma lì, in Eritrea, esserlo è quasi un'eresia. Per questo, lui fugge.

Dalle persecuzioni religiose, una sanguinaria guerra tra tribù, la dittatura. E dopo 5 mesi, finalmente, al termine di un viaggio tra Etiopia, Sudan e Libia, Habtom sbarca in Sicilia. Sale su un camion direzione nord, poi prende un treno e così, quasi per caso, si ritrova prima a Massa Lubrense, dove sviene per la fame placata solo con 20 arance, mangiate tutte assieme. Poi, Habtom, soccorso in strada dai carabinieri, finisce all'ospedale e infine arriva a Torre Annunziata.

Ad accoglierlo, la mano tesa dei Salesiani e di don Antonio Carbone, che apre ad Habtom le porte della casa alloggio "Mamma Matilde". La comunità per minori sottratti ai clan della camorra e intitolata, in via Margherita di Savoia, a una mamma che morì per proteggere i suoi bimbi dai pedofili del rione Poverelli. Habtom, ora, vive lì: ha un letto pulito e colorato, due veri amici. Uno fa il muratore, è del Ghana, ha 17 anni, proprio come lui.

La sua vita sembra svoltare, era ora. Ma in testa Habtom ha il solito sogno: "freedom", lo dice ripetendolo e in inglese. Perchè Habtom, nonostante la frequenza tutti i giorni di lezioni di italiano al CPIA di Napoli, la palestra a Torre Annunziata, 3 volte a settimana, e un corso per diventare forse un giorno un bravo pasticciere, la nuova lingua non la parla ancora. Ma soprattutto, Habtom ancora trema. Ogni 5 minuti, mentre racconta quel tremendo viaggio sul barcone, lui va abbracciato. Altrimenti si blocca e ricomincia a tremare.

"Addosso e in mente Habtom porta tutti i segni del trauma subito - racconta don Carbone - . E' con noi da pochi giorni, precisamente dal 3 marzo. Per lui avvieremo subito la pratica di asilo politico. L'emergenza migranti? Su di loro, credetemi, ci sono tanti pregiudizi. Ne conosco e accolgo molti, mica Habtom è il primo? Quasi tutti hanno solo voglia di vivere e di lavorare".

Abbracciamo Habtom, spiegandogli "noi siamo amici". Lui si calma, parla, così capiamo pure perchè trema: "Il viaggio è costato tanti soldi (ricorda 5mila euro, ndr), me l'hanno pagato mamma e papà coi risparmi di una vita. Loro coltivano la terra, si chiamano Welde e Eyassu, gli voglio tanto bene, ma volevano solo che scappassi. Come ha fatto mio fratello. Lui adesso sta in Germania, è più grande, ha 26 anni, quasi non me lo ricordo. Spero un giorno di abbracciarlo".

Habtom poi prende fiato e "sputa" fuori il suo ricordo più duro. Ecco perchè lui trema ancora: "In Libia, i trafficanti mi hanno sequestrato per un mese. Mi dicevano 'altri soldi', 'ci vogliono altri soldi'. Mi hanno chiuso in una stanza buia, insieme con gli altri ragazzi partiti con me dall'Eritrea. Un giorno, quei soldi sono arrivati. La porta è stata aperta e tutti siamo usciti fuori. E' stato tremendo". Habtom, ora, ha voglia solo di dimenticare in fretta. Nel frattempo, dorme in un letto pulito e colorato, studia l'italiano, forse otterrà l'asilo politico. Un giorno, magari, sarà pure un bravo pasticciere. 

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