Un indizio tira l’altro, è andata così l’indagine che ha permesso ai carabinieri di sgominare la banda dei documenti falsi. Una sorta di puzzle, ricostruito con le varie figure che si rendevano necessarie per passare allo step successivo: dall’anagrafe, fino alla Municipale per gli accertamenti post rilascio dei cerficati.

Il primo indizio è stato un controllo: un extracomunitario che risultava domiciliato in un immobile di Terzigno, dove però non c’era alcuna traccia di lui. Poi la scoperta successiva: una donna che in cambio di generi alimentari avrebbe acconsentito di firmare la finta ospitalità presso il suo domicilio.

Appurato questo, i carabinieri hanno passato sotto la lente d’ingrandimento le firma dell’intera pratica e qui le altre ‘spie’ di un giro ben più complesso che implicava anche altre figure. Secondo quanto emerso, la responsabile dell’Anagrafe, Anna d’Ambrosio avrebbe accettato di iniziare le pratiche per gli extracomunitari coinvolti, essendo però consapevole che si trattasse di una finta residente nel Comune di Terzigno.

 Il gip continua poi a tracciare altri profili, in particolare quello del consigliere comunale Giovanni Tomassi, che secondo quanto affermato dalle autorità, non solo avrebbe accompagnato i cittadini al momento del rilascio dei documenti, ma avrebbe anche messo a loro disposizione un immobile dove poi risultavano residenti un insolito numero di cinesi.

Ancora c’era poi l’ispettore della Municipale Francesco Del Giudice che invece avrebbe, sempre secondo gli investigatori, redatto falsi verbali di accertamento in una fase già avanzata della pratica.

Infine c’erano poi gli extracomunitari indagati che servivano più che altro per mettere in contatto i cinesi con il sodalizio che si occupava dei documenti. Proprio questi ultimi avrebbero spesso utilizzato la chat di WhatsApp per scambiare i certificati con i quali venivano iniziate le pratiche. 

Il fatto