Di femminicidi si è discusso a Villa Fernandes, a Portici, bene sottratto alla camorra, dove è stato presentato al pubblico il volume di Donata Columbro, giovane scrittrice, giornalista e divulgatrice di cultura statistica: “Perché contare i femminicidi è un atto politico”.

L’iniziativa è stata promossa dal CIF – Centro Italiano Femminile, organizzazione di ispirazione cattolica fondata nel 1944, impegnata nella promozione e nella tutela dei diritti delle donne e delle famiglie, con l’obiettivo di migliorare la condizione femminile e favorire le pari opportunità.

Sono intervenuti Valeria Valente, senatrice della Repubblica; Anna Amabile, presidente del CIF di Portici; Luca Manzo, assessore all’Istruzione del Comune di Portici; Maria Pia Perisano, presidente del CIF Campania. L’incontro è stato coordinato da Fiorella Girace, presidente provinciale del CIF di Napoli, insieme a Claude Persico del CIF di Castellammare.

Il libro di Donata Columbro conduce il lettore davanti a una domanda cruciale e drammaticamente attuale: perché contare i femminicidi è importante? Perché le singole tragedie, ormai sempre più frequenti, non possono più essere archiviate come fatti privati, ma rappresentano un’emergenza collettiva che interpella le istituzioni, la politica e la coscienza civile. I numeri diventano così lo strumento per costruire leggi più efficaci e favorire un cambiamento culturale profondo.

Il femminicidio e la violenza di genere non sono una bufala né un fenomeno sovrastimato. Al contrario, spesso risultano persino sottostimati a causa dell’assenza di una vera banca dati nazionale. In questo vuoto si inserisce il lavoro prezioso dei movimenti femministi e delle associazioni, che con la raccolta autonoma dei dati riescono a rendere visibile un fenomeno che troppo spesso resta invisibile nelle statistiche ufficiali. Conoscere le dinamiche della violenza di genere significa anche offrire alle donne strumenti per riconoscere il pericolo e chiedere aiuto prima che sia troppo tardi.

Il volume diventa così un fondamentale strumento di consapevolezza contro un crimine che resta, ancora oggi, tra i meno denunciati. Serve a comprendere perché non esistono dati comparabili a livello internazionale e perché in Italia persista un sistema che tende a minimizzare la violenza di genere. L’autrice esplora il fenomeno denunciando il modo in cui i femminicidi vengono registrati nei dati ufficiali, rivelando molto sulla percezione istituzionale della violenza maschile.

Per Donata Columbro, la raccolta e l’analisi dei numeri rappresentano uno strumento di giustizia sociale e di attivismo politico. Definire e raccogliere dati significa mettere in discussione strutture patriarcali, pratiche giuridiche e statistiche che spesso occultano o minimizzano la violenza contro le donne. I dati rendono visibile ciò che è stato reso invisibile, alimentano il dibattito pubblico e forniscono strumenti concreti alla politica per la prevenzione e la tutela.

Dopo anni di silenzi e rimozioni, il termine “femminicidio” comincia a comparire sui giornali a partire dal 1977, in seguito a una serie di episodi di violenza contro le donne e alla luce del perdurante fenomeno della disuguaglianza di genere. Nel 2005 quasi nessuno parlava ancora della gravità di un fenomeno che oggi, invece, mostra numeri in costante e drammatica crescita. La mobilitazione femminista, culminata nel 2015 con il movimento “Non una di meno”, ha rappresentato una svolta decisiva nella presa di coscienza collettiva.

Nel volume sono riportate anche numerose storie di femminicidio, racconti di vite spezzate e di contesti familiari e sociali che smentiscono spesso la narrazione ufficiale, restituendo la complessità e la brutalità di una violenza sistemica.

Così conclude Donata Columbro: “Questo libro non esisterebbe senza le persone che contano i femminicidi nell’attivismo e nelle istituzioni, e senza chi quotidianamente opera sul campo per contrastare la violenza maschile. Mi hanno aiutata, anche senza incontrarmi, a seguire le tracce e gli indizi, per comprendere che queste storie sono tutte diverse e al tempo stesso terribilmente simili. Nel 2025 qualcosa è cambiato, ma c’è ancora bisogno di passare dalle parole all’azione. Serve una rivoluzione difficile, ma necessaria, per arrivare finalmente a una vera rivoluzione culturale”.

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