"Ho sempre pagato tutti, anche il professore Cutolo. Il mio nome era in un'agenda trovata ad un suo uomo". E’ un fiume in piena Adolfo Greco, che ha parlato oggi al Tribunale di Torre Annunziata per il processo Olimpo.

Sedicimila euro ai Cesarano e diecimila ai D'Alessandro. Sempre in silenzio. Nessuna denuncia "perché temevo per la mia vita e quella di mio figlio". Giacca blu, abbinata alla cravatta e aspetto di chi non vuole lasciare trasparire le conseguenze dei problemi di salute che gli hanno permesso di uscire di cella.

Agli arresti domiciliari, dove si trova ancora oggi per l'accusa di avere intrattenuto quei rapporti con le cosche che gli sono costati due inchieste, un processo in corso e una condanna per l'acquisto del Castello di Cutolo di cui oggi in aula si è definito vittima. "Pagavo come Polese e gli altri soci". È lui stesso che, ad un certo punto del suo interrogatorio, nomina il proprietario della Sonrisa, uniti in un comune destino giudiziario prima della morte del "boss delle cerimonie". Un racconto lungo cinque ore che si interrompe solo ad una del pm. "C'era anche lei in carcere da Cutolo per trattare la liberazione dell’ex consigliere regionale di Torre del Greco Ciro Cirillo?". Qui l'indecisione e la replica: "Lo posso dire?". Poi: "Mi avvalgo della facoltà di non rispondere".

Alle prime del pm Cimmarotta Greco replica in egual maniera. "Conoscevo tutti. Michele D'Alessandro da ragazzo, prima dei suoi problemi con la giustizia" spiega. Di "camorra" e "camorristi" non parla mai. Quella parola non la pronuncia. Dei tanti nomi di killer e boss che il pubblico ministero gli sottopone dice "tutti li conoscevano a Castellammare. Leggevo di loro dai giornali". Ma Luigi Di Martino no, "lui lavorava con mio fratello prima di fare un'altra scelta di vita. Era un garzone".

Poi, però, sulla familiarità durante il colloquio col boss di Ponte Persica spiega "lui conosceva la mia famiglia, gli raccontavo i guai giudiziari".

Sulle assunzioni di parenti dei camorristi di cui si è interessato negli anni "da me era una processione. Io aiutavo tutti. Venivano anche professionisti per i loro figli con il bisogno di lavoro della nostra città".

Quelle frasi intercettate dagli inquirenti "ti rompono la testa" e "gente di rispetto" non sa spiegarle. Non tutto ricorda. Se non la paura. Il timore di chi ha visto uccidere altri imprenditori, "Michele Cavaliere, Luigi Cioffi erano nel mio settore caseario e sono morti". E ferite altri "è lo stesso Stato ad ammettere di non riuscire a difendere gli imprenditori che denunciano".