Prima di scrivere ho sfogliato le copie de “lo Strillone” del 1994. Il nostro giornale da poco fondato rappresentava una delle tante risposte della società civile alla Tangentopoli Oplontina. I primi numeri in edicola (in foto il primo numero del settembre 1994, ndr) parlavano di corruzione, mazzette e camorra: un sistema di malaffare che portò alla dissoluzione della classe dirigente che agli inizi degli anni ‘90 ancora governava Torre Annunziata.

A distanza di circa 27 anni la storia si ripete. Gli ultimi mesi hanno riportato la nostra città in un buco nero dal quale credevamo di essere usciti alcuni anni fa.

I maxi-blitz di Carabinieri e Polizia e le inchieste dell’antimafia, che tra il 2008 e il 2012 hanno decapitato gli storici clan, avevano dato fiducia alla città e molti speravano in una nuova primavera. E in effetti per alcuni anni è stato così: il risveglio del tessuto economico e il dinamismo culturale e associativo hanno caratterizzato quel periodo. Poi cos’è successo? Perché l’incantesimo è terminato? Cos’è mancato?

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Per avere una risposta (o almeno una spiegazione) bisogna spostarsi di qualche chilometro. Ercolano, simile per certi versi a Torre Annunziata, ha vissuto tra gli anni ‘80 e ‘90 gli stessi drammi della città oplontina: guerre di camorra, omicidi, droga, racket. Eppure ad un certo punto lì qualcosa è successo. La chiesa e i parroci di frontiera hanno detto basta, sono sorte le associazioni antiracket, Radio Siani, i commercianti hanno denunciato: è nato così il “modello Ercolano”. Ma c’è stato anche altro: non sono mancati i punti di riferimento.

Non è un caso che Ercolano abbia espresso diversi sindaci che hanno poi avuto ruoli politici e incarichi istituzionali regionali e nazionali: Luisa Bossa, Nino Daniele e oggi Ciro Buonajuto hanno, negli anni e nelle diverse epoche politiche, assunto quell’impegno e lo hanno trasferito nella politica e nella gestione della cosa pubblica. Questa osmosi ha permesso anche ai partiti di rigenerarsi, isolare mele marce e supportare il percorso di rinascita.

E sono proprio i punti di riferimento quelli che sono mancati a Torre Annunziata dopo la stagione dei blitz e degli arresti eccellenti. Al termine del secondo mandato di Starita, i partiti (e il PD principalmente) non si sono evoluti, non hanno avuto la forza e le competenze per mettersi alla guida di un processo di rinascita, accompagnando quel risveglio sociale, culturale ed economico.

Quest’incapacità della classe politica cittadina di evolversi e di rigenerarsi ha determinato la stagnazione, ha impedito il ricambio, ha acuito il provincialismo e il tribalismo delle correnti e dei gruppi di potere, consentendo a molti (non solo nel PD) di credere di essere insostituibili. E non è un caso che Torre Annunziata, sede di una delle prime Camere del Lavoro d’Italia, teatro di lotte operaie, con la propria storia e la propria identità, da decenni non riesca ad esprimere, unica grande città della provincia sud di Napoli, rappresentanti istituzionali regionali o nazionali.

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Domani mattina Ascione dovrebbe dimettersi e su questo non c’è alcun dubbio. Dall’inchiesta ancora in corso emerge un sistema di corruzione che aveva nel vicesindaco e nel capo dell’UTC i protagonisti. Il sindaco, nella migliore delle ipotesi, non ha esercitato il necessario ruolo di controllo. Ma poi? Archiviata la stagione Ascione, l’alternativa qual è? La questione è che oggi la città non ha (almeno non ancora) un punto di riferimento che sia capace di guidare un processo di rinascita.

Lo dico francamente: non credo convenga alla città che Ascione rassegni le dimissioni oggi. Significherebbe andare a votare ad ottobre, la città si dividerebbe tra bande di aspiranti consiglieri e candidati sindaci (ce ne sono?) improvvisati e il giorno dopo il voto ci ritroveremmo con un consiglio comunale interessato più ai posizionamenti personali che ad una strategia vincente per la città.

E non credo convenga neanche un lungo commissariamento per infiltrazioni. C’è una città da ridisegnare, opere da realizzare e i soldi del Recovery Found da spendere (bene). La città non può permettersi una stasi così lunga.

Un anno di purgatorio si, invece. E forse ce lo meritiamo anche, perché, non bisogna dimenticarselo, l’attuale classe politica, con Ascione in testa, è espressione dei cittadini che l’hanno scelta.

E allora il sindaco faccia un patto con la città e per la sua città. Dica chiaramente che lascerà la guida della città e che lo farà a metà luglio, favorendo l’arrivo di un commissario prefettizio che accompagni la città fino alla primavera 2022.

Nel frattempo se la Prefettura riterrà opportuno, invii la Commissione d’accesso. Così mentre lo Stato fa lo Stato, a noi toccherà fare i cittadini. Che hanno diritti, ma anche doveri.

Impegniamoci tutti nel ricostruire una partecipazione alla vita pubblica. Impegniamoci nelle associazioni, nelle chiese, nei comitati di quartiere. Impegniamoci anche, e soprattutto, nei partiti. Rivoltiamoli come calzini. Mettiamo in campo idee, iniziative, momenti di confronto. Assumiamoci qualche responsabilità e qualche impegno in prima persona. Non deleghiamo sempre ad altri. E usciamo dai social adesso che finalmente possiamo.

Alla chiesa dico: continui con l’impegno di questi anni, ma provi a fare qualcosa di più. Organizzi un grande momento di confronto e mobilitazione complessivo con tutte le comunità delle diverse parrocchie. Il “modello Ercolano” in fondo è partito dall’urlo di dolore di don Raffaele Gallo.

Ai ragazzi del Festival “Ja” dico: tornate in campo, il vostro entusiasmo dell’estate 2013 era contagioso.

Ai protagonisti politici di questi ultimi 25 anni dico: fate un passo indietro, nessuno di voi è esente da responsabilità nella gestione della cosa pubblica. La vostra stagione è terminata. Favorite il ricambio se veramente tenete a questa città.

Solo così possiamo costruire una nuova cittadinanza, un nuovo protagonismo nella gestione della cosa pubblica. Poi certo viene la figura del sindaco. Dovrà essere un nome non riconducibile a questi ultimi tre decenni.

E’ tempo di voltare pagina. E per farlo è necessario affidarsi a qualcuno che, autorevole, forte, scevro da legami di sorta con il territorio, prenda per mano la città e la porti fuori dalla palude. Ce la possiamo fare.