“It’s not about the dress you wear, but it’s about the life you lead in the dress” ovvero “non si tratta del vestito che indossi ma della vita che conduci in quel vestito”, affermava la giornalista di moda Diana Wreeland.

Donna eclettica ed al contempo autorevole, talvolta irriverente, fuori dagli schemi, fece del suo essere la propria carta vincente, dimostrando non tanto ai più, quanto a se stessa, in che modo l’autenticità e la forza delle idee potessero essere premianti. 

Nata a Parigi nel 1903 e trasferitasi a New York con la famiglia, Diana, come scopriremo, divenne ben presto, un faro per la moda degli Swinging Sixties (gli “oscillanti” anni Sessanta), sopratutto grazie alle moderne intuizioni ed alle influenze della sua vita itinerante. 

Trasferitasi a Londra, dopo aver sposato, nel 1924, il banchiere Thomas Reed Vreeland, ella inaugurò una boutique che annovera tra le sue clienti, persino Wallis Simpson, futura moglie del Duca di Winsor.

Ma il successo giunse per lei al ritorno nella grande mela, quando venne notata da Carmel Snow, illustre Fashion Editor di Harper’s Bazaar, la quale, folgorata dalla sua “così anticonvenzionale sebbene aristocratica attitudine”, le propose - durante un ballo - di lavorare ad una rubrica (Why don’t you...?) per il celebre magazine. 

Fu così che la Wreeland, fiera del suo “nome da dea” si fece conoscere al mondo. Come ella stessa affermava:<<sono Diana, una dea, quindi dovrei essere magnifica, pura, meravigliosa come solo io posso rendere me stessa.. Diana era una dea e io devo tener testa a quel nome>>.

L’ascesa fu breve; il talento le permise, ben presto, di imporre la sua arte visionaria. Ogni fenomeno di costume passava attraverso i suoi occhi e la sua penna, accompagnata dalla consueta ironia.

Capace di anticipare le tendenze e segnare, per sempre, quel rivoluzionario decennio che va dagli anni ‘60 fino ai ‘70, la Wreeland, divenne poi Editor in chief di Vogue, facendo sua quella decade e accordando alla moda quel plus che lei tanto amava. 

A parere di Diana, fondamentale era possedere delle attitudini ed un proprio stile, calzare con fierezza le proprie idee. "Bisogna avere stile - scriveva - aiuta a scendere dalle stelle tra gli uomini. Aiuta a svegliarsi al mattino. E' un modo di vivere”. 

La sua fu anche un’autentica rivoluzione culturale. La Vreeland portava con sé, in ogni progetto, una grande potenza espressiva, sinonimo di bellezza, sempre con un “pizzico” di anticonformismo, “talvolta sopra le righe”.

Il suo era un lavoro fatto di incessante ricerca e di sacrosanta libertà, tradotta in un ininterrotto divenire; il tutto in un panorama culturale che mirava ad abbandonare un gretto provincialismo. Ricordiamo il suo provocatorio invito ai lettori “a tappezzare le camere da letto dei loro figli di stampe tratte dagli atlanti geografici, affinché essi non crescessero con un punto di vista provinciale”. 

Licenziata da Vogue (probabilmente per il suo mancato conformismo o eccessivo anticonformismo), la Wreeland terminò la carriera in qualità di curatrice del dell’Istituto di Costume del Metropolitan Museum of Art, dedicando gli ultimi anni della sua vita al nuovo incarico. Contemporaneamente, finì per rifugiarsi, sempre più, nelle mura del suo appartamento newyorkese, circondata dai numerosi libri, che cominciò ad acquistare copiosi, in seguito alla morte del marito, e dopo essersi allontanata dal glorioso ma frenetico mood degli anni vissuti allo Studio 54.

Anche la sua “uscita di scena” fece storia, “abbandonando il party nel bel mezzo dei festeggiamenti”, con il consueto stile e la solita immensa ed irriverente potenza comunicativa.