“Non sapete cosa vi siete persi”, una mano anonima scrisse questa frase sul muro di confine del cimitero di Napoli il giorno dopo la vittoria di Maradona e compagni del primo scudetto. Era il maggio del 1987, il Napoli entrava nella storia e dopo anni riusciva a cucirsi sul petto quel tricolore tanto desiderato. Il merito era stato di una squadra che giocava solo per lui, anzi meglio dire “lui che giocava per un’intera squadra”. Perché Maradona non era solo un semplice fuoriclasse… “è meglio e Pelé”.

Perché Napoli amava Maradona, tanto da essersi divisa la sera della semifinale mondiale Italia-Argentina al San Paolo. Erano le notti magiche di Italia ’90 ed alcune voci “autorevoli” del tifo napoletano pronunciavano frasi da leghisti di Pontida “l’Italia si ricorda di noi solo adesso”.

Del resto era stato amore a prima vista tra la città e il campione: era un assolato pomeriggio quel 5 luglio del 1984 quando riuscì a riempire il San Paolo solo per presentarsi e per regalare ai tifosi partenopei qualche palleggio. Solo un timido assaggio delle perle calcistiche che avrebbe regalato al popolo azzurro negli anni a seguire.

Napoli ama Maradona. Ma Maradona ama Napoli? Certo in questi anni di esilio non sono mancate le occasioni per un suo ritorno in Italia. Al San Paolo era ritornato per la gara di addio di Ciro Ferrara nel 2005. Rubandogli, come ovvio che fosse, la scena.

Quando la sua chioma riccia spuntò sulla scaletta di un aereo ad attenderlo non c’erano solo tifosi e curiosi, ma anche agenti della Guardia di Finanza, che gli sequestrarono due rolex che aveva al polso e gli notificarono una cartella esattoriale.

Maradona poche ore dopo avrebbe fatto la sua comparsa su un pesante campo da gioco di Giugliano e poi avrebbe brindato con calici d’oro e cantato a squarciagola in un noto ristorante di Sant’Antonio Abate. Era il 2006, lontani erano gli anni in cui Maradona correva a braccia aperte sotto la curva del Napoli dopo un gol ed i chili in più sul suo corpo si vedevano.

Il salone era lo stesso dove anni dopo il premio Oscar Sorrentino avrebbe girato una scena del suo film “Reality”. Qualcuno trovò un pallone e glielo porse. L’alcool in circolo c’era, ma nonostante tutto non si sottrasse dal fare qualche palleggio e i numeri del Campione c’erano ancora tutti. Di sicuro sapeva palleggiare molto meglio di come cantava. Era questo il mio secondo personalissimo ricordo di Maradona, il primo risaliva ad un freddo mercoledì pomeriggio al San Paolo per una partita di Coppa Italia contro il Cagliari.  

Ma da Napoli, Maradona non se ne è mai andato, troppo pesante quel bagaglio fatto di due scudetti, una Coppa Italia, una Coppa Uefa, una Supercoppa Italiana e la consapevolezza di essere stato l’artefice di una primavera partenopea che ha portato la città non solo in cima alla classifica del calcio del Belpaese, ha fatto sentire ancora più importante una Napoli che nel calcio aveva ritrovato la voglia di ricominciare, di rinascere.

Ed allora Maradona è ancora a Napoli: lo è nel capello magico custodito in una teca in un bar in pieno centro storico, è sulla facciata di un palazzone di San Giovanni a Teduccio o su quello dei Quartieri Spagnoli, è tatuato sul braccio di un tifoso, è tra i pastori di San Gregorio Armeno, è nei nomi di qualche pizzeria, sulle carte di identità di qualche scugnizzo nato tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 del secolo scorso.

Perché Maradona era genio, fantasia, sregolatezza ed era anche arte. Degli artisti possiamo solo amare e raccontare le loro opere d’arte, la vita privata, pur non giustificandola, la lasciamo stare.  

Il calcio e Maradona facevano dimenticare tutti i problemi, facevano passare in secondo piano i “guai” che Napoli deve fronteggiare ogni giorno. Napoli rinasceva con il calcio, si sentiva Campione. Napoli grazie a Maradona alzava trofei e rialzava la testa.

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