Una furia omicida, chiara e volontaria. Un’azione finalizzata a evitare un possibile arresto e soprattutto con modalità condivise e senza alcun cenno di pentimento.

È quanto scrivono i giudici della prima Corte d’Assise di Roma nelle 346 pagine di motivazioni della sentenza con cui il 5 maggio scorso hanno condannato all’ergastolo i due americani Finnegan Lee Elder e Christian Gabriel Natale Hjorth per l’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega ucciso con undici coltellate il 26 luglio del 2019 a Roma mentre effettuava dei controlli antidroga con il collega Andrea Varriale. La sentenza aveva accolto le richieste della procura di Roma con il pm Maria Sabina Calabretta.

Secondo i giudici, appunto, “i due imputati hanno agito all’interno di un programma condiviso”, voluto da entrambi, e quindi non solo da Elder che materialmente ha inferto le coltellate, con un'”azione delittuosa” che “inizia insieme e termina insieme”. All’intervento dei carabinieri per recuperare lo zaino che i due americani avevano rubato a un pusher, Hjorth e Elder hanno entrambi e per primi adottato una condotta attiva di cui “l’evento letale costituisce una prevedibile, probabile conseguenza”. E, soprattutto, “deve escludersi un atteggiamento difensivo”. Cioè l’esatto opposto della linea degli avvocati di Elder, che avevano chiesto di riconoscere la legittima difesa, sostenendo che i due carabinieri non si fossero qualificati e che avessero per primi aggredito i due americani. Tesi che le motivazioni smentiscono su tutta la linea: “L’operazione descritta dalle difese – si legge – appare insostenibile e risulta smentita” da quanto emerso nel processo. “I due imputati – al contrario – sono ben consapevoli di trovarsi in una situazione di illiceità da loro stessi provocata e dalla quale non possono ritenersi legittimati ad uscire mediante il ricorso a una simile violenza – si legge ancora nelle motivazioni – non siamo di fronte ad una reazione armata ma al contrario ad un’azione finalizzata all’offesa volta ad evitare il verosimile arresto da parte delle forze dell’ordine intervenute sul posto e qualificatesi”.

Nelle 346 pagine, poi, i giudici continuano: “Il vicebrigadiere Cerciello non può più riferire la sua versione, ma il suo corpo martoriato parla per lui e attesta la furia omicida di Elder“. L’autopsia sul corpo del carabiniere, infatti, aveva evidenziato tutta la violenza con cui l’americano aveva sovrastato il carabiniere, colpendolo con un fendente dalla lama lunga 18 centimetri: 11 coltellate che hanno reciso per lo più gli organi vitali, come cuore e polmoni. “La volontà omicidiaria è evidente”, scrivono ancora i giudici, “le lesioni risultano molto gravi ed escludono che i fendenti possano essere stati inferti a scopo di difesa”.

Soprattutto nelle motivazioni viene messa in luce la personalità degli imputati, descritta come “allarmante” nonostante la loro giovane età. “La sconcertante perpetrazione di gravi reati posti in essere in un’inquietante escalation di illegalità, l’adesione a modelli comportamentali devianti, l’esaltazione delle droghe e l’ostentazione di armi e denaro quali simboli di affermazione documentati dalle foto rinvenute sui telefonini, evidenziano la indubbia capacità criminale di entrambi“, specificano i giudici. Che proseguono, mettendo l’accento sull’atteggiamento dimostrato dopo l’omicidio: “Entrambi al processo continuano manifestare – si legge nelle motivazioni – sostanziale distacco dalle vicende di quella notte e dal loro tragico epilogo, mai manifestano segni concreti di ravvedimento, nessuna rielaborazione in chiave critica di quelle condotte, al contrario fanno di tutto per diminuire le loro obiettive responsabilità. Nessun atteggiamento convinto e convincente di riebolazione critica di quanto commesso, nessun pentimento“. Anche per questo, si legge, non ci sono elementi per riconoscere le “attenuanti generiche”.