“Non ho mai partecipato all’omicidio di Marco e Maurizio Manzo. Fu Umberto Onda a raccontarmi che ad uccidere i due fratelli sarebbero stati lui e Giovanni Iapicca. Su ordine del clan Birra di Ercolano”.

Vuota il sacco oggi Michele Palumbo, alias “munnezza”, da sei anni in carcere, ora collaboratore di giustizia, considerato dall’Antimafia come uno dei killer più feroci nella storia del clan Gionta di Torre Annunziata.

Piglio deciso, nessuna sbavatura, freddo: nonostante la sua testimonianza possa riscrivere al “fotofinish” la verità su un intero processo. Quello in programma a Napoli, in abbreviato, dinanzi al gip Marina Cimma, per stabilire mandanti ed esecutori dell’atroce delitto di camorra del 10 febbraio 2007 al bar “Maemi” di Terzigno.

A morire quella sera, sotto i colpi di uno spietato gruppo di fuoco, i fratelli Marco e Maurizio Manzo, di 39 e 32 anni, esponenti di spicco degli Ascione-Papale di Ercolano. Per il pm della Dda partenopea, Pierpaolo Filippelli, l’agguato fu teso dai vertici dei Birra-Iacomino d'accordo con i Gionta, che a loro volta fornirono i killer per vendicare l'omicidio di un affiliato, Giuseppe Infante, cognato del boss Giovanni Birra di Ercolano.

La seconda sentenza sul raid di camorra (per il duplice omicidio Manzo, in ordinario, sono già stati condannati all’ergastolo i boss Michele Chierchia «Fransuà» e Franco Casillo «vurzella», ndr) è attesa a breve. Per metà ottobre al massimo. L’accusa  ha già chiesto il massimo della pena per Pasquale Gionta, Giovanni Iapicca e Alfonso Agnello. Ma le dichiarazioni del superpentito “complicano” tutto.

Perché oggi Palumbo fa un nome nuovo e pesantissimo. Quello di Umberto Onda (in foto), ex reggente dei Gionta, ritenuto tra i cento latitanti più pericolosi d’Italia al momento del suo arresto; avvenuto nel 2010 a Brindisi, mentre il “capo” scendeva da un traghetto proveniente dalla Grecia. Le ultime rivelazioni di Palumbo oggi a processo tirano in ballo, per l’omicidio Manzo, proprio lui: il “gotha” dei Valentini.