“Conoscevo bene Maurizio Manzo, era di Ercolano e aveva fatto parecchi casini, perciò si trasferì. Lavorava per Francesco Casillo. Non solo vendeva nella piazza di spaccio, ma era anche l’uomo che andava a sparare quando c’erano degli ordini. Ricordo che una volta dovevamo persino andare a prendere una persona, vestiti da carabinieri, e spararle”. Così oggi, ascoltato in videoconferenza dal pm della DDA di Napoli, Pierpaolo Filippelli, ha svelato Vincenzo Saurro, alias "sciabolone", il pentito vicino ai Gionta di Torre Annunziata, che nel 2013 raccontò la sua scelta di collaborare "dopo una grazia ricevuta da Padre Pio".

Dichiarazioni rilasciate nel corso della nuova udienza del processo sul duplice omicidio dei fratelli Marco e Maurizio Manzo, i sicari del clan Ascione trucidati a Terzigno, nel "Maemi Caffè", il 10 febbraio 2007. "Un agguato di chiaro stampo camorristico", secondo gli inquirenti, maturato per vendicare l'omicidio di Giuseppe Infante, il cognato del boss Giovanni Birra di Ercolano, fatto fuori sei anni prima. Al "super-boss" giunse voce che i fratelli parteciparono al massacro. Per questo, secondo la DDA, ordinò insieme a Stefano Zeno la sanguinosa vendetta, usando il braccio armato dei "valentini". Saurro, ascoltato oggi insieme all'altro super-pentito torrese, Aniello Nasto, ha poi approfondito i rapporti tra i clan di Ercolano ed i Chierchia: "I Chierchia li conoscevo bene - ha raccontato sempre Saurro - prima erano alleati con i Gallo di Torre Annunziata, poi in un secondo momento passarono con i Gionta, in seguito a un matrimonio. Si occupavano della droga”.

Sarebbe stato proprio Michele Chierchia, alla sbarra con Francesco Casillo per l'omicidio dei fratelli Manzo, il tramite dei rapporti intessuti tra la camorra oplontina ed i Birra-Iacomino. Un "patto d'onore" stretto tra clan per "vendicare" Casillo che, stando alle ulteriori rivelazioni di "sciabolone", avrebbe gestito una delle fiorenti piazze di spaccio del Piano Napoli di Boscoreale.