L’ultimo anno di mandato del sindaco Carmine Lo Sapio è stato, nei fatti, una lunga e coerente dichiarazione d’amore alla sua città. Un tempo breve solo nel calendario, ma densissimo nei contenuti, nei simboli, nelle opere che resteranno come segni concreti di una visione amministrativa che ha scelto di stare dalla parte della comunità, soprattutto di quella più fragile.

Pompei, negli ultimi dodici mesi, ha conosciuto una trasformazione che va oltre la somma degli interventi. Dal recupero della Fonte Salutare, restituita alla cittadinanza come luogo identitario dopo anni di degrado, alla rinascita di spazi pubblici sottratti all’abbandono e al malaffare, il filo conduttore è stato uno solo: lo Stato presente, visibile, riconoscibile.

Emblematica, in questo senso, la trasformazione di un bene confiscato alla camorra in asilo nido: non solo un’opera edilizia, ma un messaggio politico e morale fortissimo. Lì dove c’era l’arroganza criminale oggi ci sono bambini, educazione, futuro.

Lo stesso spirito ha animato la riqualificazione delle scuole, come il plesso Celentano del Maiuri, tornato a vivere come presidio di formazione e sicurezza, e la posa della prima pietra del Palazzetto dello Sport, pensato come spazio inclusivo, aperto, capace di accogliere i sogni e le energie dei ragazzi del territorio.

E poi il rifacimento della piazza del Santuario, cuore simbolico e spirituale della città, restituita a una funzione di accoglienza e bellezza degna del suo significato universale.

Persino il Natale, sotto questa amministrazione, ha cambiato volto: non più confinato, ma capace di illuminare anche le periferie, portando gioia, soprattutto ai bambini, come lo stesso Lo Sapio aveva rivendicato con semplicità e orgoglio. Perché una città è davvero comunità solo quando nessuno resta indietro.

Poi, ieri, l’annuncio. Il mandato consegnato al vicesindaco Andreina Esposito, accompagnata da parole che lasciavano sperare in un ritorno. Un “ci rivedremo presto” che oggi sappiamo non essere stato tale. Non un arrivederci, ma un addio. Pronunciato con quella dignità silenziosa che ha sempre caratterizzato Carmine Lo Sapio. Una piccola grande bugia, detta forse per non ferire, per proteggere la sua città anche nell’ultimo gesto pubblico.

C’è, infine, un progetto che forse più di altri meritava di essere concretizzato. Un sogno coltivato con ostinazione, lucidità e profondo senso istituzionale ma poi naufragato: quello di Pompei Capitale Italiana della Cultura. Non era un’ambizione personale, né un’operazione di facciata. Era la convinzione, profonda e argomentata, che Pompei meritasse finalmente un riconoscimento all’altezza della sua storia millenaria, del suo valore universale, ma anche della sua vitalità contemporanea. Una città non solo custode del passato, ma capace di produrre cultura, pensiero, futuro. Oggi di questo progetto resta un’eredità morale e progettuale che chiede di non essere dispersa. L’auspicio, forte e condiviso, è che il sindaco che verrà sappia raccogliere quel testimone e provare nuovamente a candidare la città per l'importante riconoscimento, inseguendo la speranza di Lo Sapio: il giusto riconoscimento per Pompei, non come favore concesso, ma come atto dovuto. E forse, se un giorno quel traguardo sarà raggiunto, qualcuno sentirà la sua presenza discreta. Un ammiccare appena accennato, un sorriso trattenuto dietro quel baffo, il piglio di sempre. Quello di chi non ha mai cercato applausi, ma risultati. E che, anche allora, saprà dire senza parole: ne è valsa la pena.

Pompei lo saluterà come merita. Sarà un momento di dolore collettivo, ma anche di riconoscenza. Perché le opere restano, parlano, camminano sulle gambe dei cittadini. E raccontano, meglio di qualunque discorso, che un altro modo di amministrare è stato possibile. Qui. Ora. E per sempre nella memoria di questa città.

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