POMPEI. La “Schola Armaturarum” crollò in via Dell’Abbondanza, agli Scavi di Pompei, sotto il peso di oltre 5 tonnellate d’acqua, che trasformarono il suo vecchio e già precario solaio di copertura in cemento (costruito nel ’46, ad un altezza di 9 metri dal suolo) in una sorta di “piscina con 600 metri d’acqua in soli 90 metri quadri”. E’ l’ipotesi formulata in tribunale dal perito Lucio Fino, Ordinario di Scienze delle Costruzioni alla facoltà di Architettura della “Federico II” di Napoli, incaricato dai giudici di spiegare al mondo intero il perché del crollo della “Casa del Gladiatore”, la palestra degli atleti dell’antica città romana, sbriciolatasi agli Scavi il 6 novembre 2010 dopo precipitazioni record da 40cm in mezzora.

IL PROCESSO. L’ipotesi del professore spingerebbe a scagionare l’architetto Paola Rispoli, imputata per disastro colposo, e nel 2010 responsabile delle Regioni I e III degli Scavi di Pompei. Per il pm della Procura di Torre Annunziata, Emilio Prisco, l’architetto fu “imprudente e negligente nel sottovalutare l'avanzato stato di degrado dell'edificio”. “Il crollo – ha sottolineato oggi il perito in aula –  si è avuto forse perché detriti, terriccio ed erbacce hanno otturato a valle o a monte sia il tubo di scolo sul lato est della Schola, lungo vico Ifigenia, che l’asola di sbocco, un foro di dieci centimetri, posto sul muro perimetrale della struttura. La Schola – ha continuato – era usurata, ma il crollo poteva prevedersi solo con costose prove di laboratorio”.

Prove alle quali si oppose con forza, nel 2010, proprio il comitato tecnico scientifico della Sovrintendenza perché “secondo il comitato – ha continuato il professore Fino – era sconsigliabile inaugurare una moda del genere su reperti archeologici così antichi”. Oggi, della “Casa del Gladiatore” restano solo piccoli resti: in pratica dei muretti alti 20-30 centimetri.  

LA RELAZIONE. L’architetto Rispoli venne incaricato, dal direttore dell’Ufficio Tecnico degli Scavi, di “procedere all’identificazione di murature ad immediato pericolo”: era il mese di luglio. Tre mesi dopo, la “Casa del Gladiatore” si sbriciolò a Pompei come neve al sole. La relazione, mezza pagina depositata agli atti del processo, concluse per la “necessità di una ricognizione più costosa ed approfondita”, dati i ristretti tempi di analisi (7 giorni), concessi alla responsabile delle Regio I e III degli Scavi. L’architetto, infatti, nel 2010 ebbe giusto il tempo di notare l’assenza di “fessure” esterne lungo le pareti della “Schola”.