Massimo Lafranco e Roberto Cuomo non sono responsabili del crollo e non potevano sapere dei lavori di Velotto. Entrambi gli imputati sono stati assolti dalle accuse di omicidio colposo per la tragedia del palazzo di Rampa Nunziante a Torre Annunziata, avvenuto il 7 luglio 2017 che causò la morte di otto persone.

Sono state queste le motivazioni del giudice monocratico Francesco Todisco, che lo scorso 21 luglio ha accolto la richiesta della difesa dei due imputati formulata dall’avvocato Elio D’Aquino. Il primo era il proprietario dell’immobile al secondo piano, poi ceduto a Gerardo Velotto (anche se solo con un contratto preliminare) tramite la moglie Rosanna Vitiello (condannata a un anno con pena sospesa per reato in concorso). Era entrato nel registro degli indagati, per omicidio colposo, dopo le accuse del testimone Mario Menichini, ritenuto non attendibile da Todisco. Il secondo era, invece, l’amministratore del condominio teatro della tragedia.

L’ASSOLUZIONE DI LAFRANCO. Secondo il pm Andreana Ambrosino, Lafranco aveva responsabilità dei danni cagionati dalla loro rovina salvo che provi che questa non sia dovuta a qualche difetto di manutenzione (art. 253 c.c.). Invece nel corso dell’istruttoria dibattimentale è emerso che l’avvocato ha curato per conto della moglie le trattative finalizzate alla cessione dell’immobile a Gerardo Velotto.

La consegna delle chiavi, in esecuzione del contratto preliminare datato 12 maggio 2017, ha trasferito all’acquirente la custodia in virtù della sua detenzione qualificata. E inoltre nel corso del processo non sono emerse prove che Lafranco possa ritenersi investito di una posizione di garanzia per un suo comportamento concreto nei danni provocati dal crollo.

Inoltre è evidente che se l’avvocato non avesse autorizzato l’intervento edilizio in giardino, il crollo si sarebbe determinato ugualmente poiché era frutto di interventi completamente diversi e non autorizzati.

SCONFESSATO IL TESTIMONE. Incoerenti e contradditorie. Sono state definite così le dichiarazioni rese da Mario Menichini. L’unico testimone della Procura non è stato ritenuto credibile da Todisco. Il giudice monocratico ha accettato la tesi della difesa che sottolineava come i comportamenti di Menichini fossero stati dettati dall’astio che provava verso l’avvocato. Lui stesso aveva ammesso di aver avuto in passato rapporti economico-commerciali poi finiti male. E soprattutto di aver sporto denuncia più volte nei confronti di Lafranco.

Menichini aveva riferito di aver ascoltato al bar della stazione della Circumvesuviana di Torre Annunziata una discussione tra Lafranco e Aniello Manzo. Quest’ultimo avrebbe riferito di aver voluto convocare una riunione, quando era noto che a farlo era stato Velotto. Inoltre avrebbe detto che Lafranco si era lamentato con Manzo di crepe che si erano aperte nel suo appartamento. Ma anche stavolta non sono stati evidenziati riscontri nel dibattimento. Infine nessuna chiamata è intercorsa tra Manzo e Lafranco dal primo giugno.

Secondo Todisco le sue dichiarazioni sono state frutto di fatti appresi dal processo e dai giornali.  

L’ASSOLUZIONE DI CUOMO. Per il giudice, nel corso del dibattimento, non è emersa la piena prova della penale responsabilità di Roberto Cuomo. L’avvocato era l’amministratore di condominio e marito di Ilaria Bonifacio (condannata come Rosanna Vitiello a un anno con pena sospesa per reato in concorso), proprietaria dell’appartamento al terzo piano, nel quale viveva la povera famiglia Guida.

Nel corso delle udienze non è emerso alcun elemento che possa ritenere con certezza che Cuomo fosse stato avvisato dei lavori avventati che stava conducendo Velotto al secondo piano.

Stesso l’imputato, condannato a 12 anni di reclusione in primo grado, ha affermato che l’amministratore era venuto a conoscenza della sua opera soltanto il 6 luglio 2017, il giorno prima della disgrazia. Inoltre la riunione era stata indetta per ragioni condominiali. In particolar modo per i segnali di cedimento manifestatisi negli ultimi giorni e comunque dopo il 20 giugno.

Nelle sue conclusioni, il giudice ha affermato che per il grado di conoscenza dei segni premonitori e per le sue specifiche qualità personali, non vi è prova che Cuomo fosse in condizioni di prevedere il crollo e allertare i vigili del fuoco. Lui si era affidato alla valutazione di tecnici qualificati come Aniello Manzo e Giacomo Cuccurullo. Pertanto è stato assolto per non aver commesso il fatto.

il processo