“Nessun imputato merita uno sconto di pena. Dopo il crollo nessuno ha ammesso errori di valutazione, nessuno ha preso l’iniziativa di risarcire, anche in forma simbolica le famiglie delle vittime e nessuno si è posto il problema degli inquilini del palazzo rimasti senza casa”. Con queste parole la pm Ambrosino ha concluso la sua requisitoria, prima delle richieste di condanna, al processo sul crollo di Rampa Nunziante. Parole dure verso gli imputati accusati di omicidio colposo, colpevoli secondo il magistrato di errori dettati da una “insofferenza al rispetto delle regole”.

LE MOTIVAZIONI. “Sono richieste di pene severe ma giuste perché adeguate alla gravità dei fatti. Verità e giustizia, è quello che si aspettano i parenti delle vittime ed è quello che si aspetta la città di Torre Annunziata, ferita da quella tragedia e che oggi ha gli occhi puntati su quest’aula. Quei lavori non potevano proprio essere eseguiti perché l’immobile era abusivo e non c’è stata l’attivazione di un regolare percorso amministrativo”

Così la pm Andreana Ambrosino al momento di enunciare le richieste di pena nei confronti dei 15 imputati. La posizione più grave è quella di Massimiliano Bonzani, per il quale sono stati formulati 14 anni di reclusione (11 anni per omicidio colposo e 3 anni per falso ideologico). “Era il direttore dei lavori al primo piano e nel condominio ed era il direttore occulto dei lavori al secondo piano” è uno dei principali colpevoli secondo la Ambrosino. “Perché il dolo è stato compiuto con modalità subdole e insidiose”.

Richiesta simile per Aniello Manzo ritenuto dalla pubblica accusa “quello che di fatto ha assunto la direzione dei lavori al secondo piano, oltre ad essere materialmente dietro le spalle di Bonzani in tutte le vicende del palazzo”. Per Manzo 11 anni di reclusione per omicidio e 2 per falso ideologico. Per entrambi sono stati chiesti anche 5 anni di interdizione dai pubblici uffici e quella alla professione di architetto.

Particolare attenzione sulla condotta di Gerardo Velotto, ritenuto dalla pm rissoso e dalla personalità trasgressiva. “Si è scagliato contro Anna Duraccio solo perché si stava lamentando della polvere e si è scagliato contro Giovanni De Felice soltanto per aver parcheggiato nel posto dove lui avrebbe dovuto scaricare i materiali da costruzione”. Sia per lui che per il mastro Pasquale Cosenza la pena è di 11 anni e 6 mesi più 45mila euro di ammenda.

Pesante anche la posizione di Massimo Lafranco e Roberto Cuomo. “Entrambi sapevano le notizie sulla gestione del palazzo e dei lavori. Tenendo conto delle loro competenze avevano tutti i poteri evitare la tragedia”. Per loro sono stati chiesti 9 anni e 8 mesi di reclusione. Posizioni più lievi per le rispettive mogli, Rosanna Vitiello e Ilaria Bonifacio, per le quali, secondo l’accusa, possono essere previste le attenuanti generiche, formulando quindi la proposta di condanna a 1 anno e 4 mesi.
Posizioni più lievi infine per gli eredi Buongiovanni e per i proprietari degli appartamenti al primo piano, in relazione alle accuse di falso ideologico. Per Amodio Roberta e Rita e Giuseppe Buongiovanni (1 e 4 mesi)e 1 anno per Donatella Buongiovanni. Per quanto riguarda i reati edilizi 1 anno e 4 mesi a Marco Chiocchetti e Mario Cirillo.

Richieste infine le assoluzioni per Emilio Cirillo e Luisa Scarfato per non aver commesso il fatto e perché non costituisce reato.

LE ACCUSE DEL PM. Il pubblico ministero ha così puntato l’indice, in particolar modo, contro i tecnici coinvolti nelle vicende del palazzo. Nessuno escluso. “E’ una tragedia immane che poteva essere evitata –ha affermato nel corso della discussione - Volevano rendere gli appartamenti regolari sotto il profilo catastale, in vista della stipula del contratto definitivo firmato nell’aprile del 2016. Ed è stato proprio grazie alle planimetrie variate che è stata possibile quello che il Tribunale del Riesame ha definito un’operazione di “lavanderia urbanistica”. Peccato che - ha affermato la pm - dopo averlo ripulito, il palazzo se lo siano fatto crollare addosso. Quindi la colpa non è stata solo di Gerardo Velotto e Pasquale Cosenza. Ma frutto di un intreccio cooperativo di responsabilità. Il crollo era inevitabile, ma si potevano salvare otto vite”.

LA FIGURA DI CUCCURULLO. La dottoressa Andreana Ambrosino si è soffermata anche sulla figura di Giacomo Cuccurullo, deceduto anche lui nel crollo insieme alla famiglia. Secondo la pm al Comune sapevano che l’immobile fosse illegittimo già dal 2005. Roberto Cuomo lo definiva il custode del palazzo –ha concluso la Ambrosino secondo la quale “era colui che garantiva che nessun controllo sarebbe stato effettuato”.

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la famiglia Guida

la famiglia Laiola

Le richieste del pm