“Al secondo piano non è stato fatto alcun intervento strutturale sulle pareti portanti. Nessun maschio murario è stato ridotto. Lo si capisce dai rilievi fatti dai periti che hanno sviluppato il confronto in aula. Non c’è alcuna prova oggettiva. Velotto è stato vittima di una truffa”.

Nel giorno in cui il processo sul crollo della palazzina di Rampa Nunziante arriva alla sentenza in primo grado, emerge un elemento che Giuseppe Della Monica, avvocato difensore di Gerardo Velotto e Pasquale Cosenza, provano a mettere in luce. “Sconfessata” in parte la tesi dei tecnici della procura, Nicola Augenti e Andrea Prota: “Quello che bisogna accertare – ha proseguito Della Monica - ora è l’incidenza dell’altra causa, quella della demolizione del tramezzo adiacente alla trave emergente. Ma soprattutto hanno fornito una tesi basandosi sulle dichiarazioni dei testimoni senza una ricostruzione precisa del crollo. Hanno chiesto tre proroghe (tra il novembre 2017 e il marzo 2018, ndr) per depositare la tesi nell’attesa di acquisire elementi che possano provare il nesso causale della tragedia. Inoltre non avevano foto che ritraevano lo stato dei luoghi antecedenti al 7 luglio”.

A rinforzare la tesi della mancata riduzione del maschio murario numero 3 evidenziato dalla tesi di Prota e Augenti c’è la “prova fornita dalle macerie presenti sul posto il giorno della tragedia. Il solaio è rimasto dritto, è la prova che la dinamica non è stata quella indicata dalla Procura. Se a cedere fosse stato un maschio murario e poi via via tutti gli altri il solaio avrebbe registrato delle disarticolazioni. A maggior ragione se il palazzo, così come accertato anche in aula, è stato costruito in vari momenti. Anche questo ha inficiato sulle cause del crollo”.

Poi viene analizzata la figura di Velotto, per il quale è stata chiesta l’assoluzione, così come per Pasquale Cosenza: “Ha subito un truffa – ha continuato Della Monica -. Ha versato 230mila euro per un immobile invendibile. Non sapeva del blocco catastale sul palazzo, non sapeva fosse privo del permesso di costruire. Al secondo piano non arrivava nemmeno la corrente elettrica. Era convinto di agire nella legalità, altrimenti quei soldi non li avrebbe mai dati a nessuno, se non con una semi infermità mentale”.

Infine la stoccata a Bonzani: “Ha ricevuto l’incarico – seppur verbalmente – di effettuare i lavori al secondo piano, così come quello dei lavori in via Pagliarone. E’ una cosa prevista dalle norme attuali, in cui la forma viene utilizzata solo nei rapporti con la Pubblica Amministrazione”.

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