“In 20 giorni è entrato il diavolo nel palazzo”. La rivelazione è stata resa, fuori verbale, da Roberto Cuomo, amministratore del palazzo di Rampa Nunziante, al pm Andreana Ambrosino, tre giorni dopo il crollo della palazzina.

Il diavolo in questione è rappresentato da Gerardo Velotto, imputato per omicidio colposo assieme allo stesso Cuomo nel procedimento.

A riferirlo è stato lo stesso magistrato durante la requisitoria di stamattina. “Ha poi aggiunto che intendeva dire che la tragedia è avvenuta dall’entrata principale del suo appartamento. E questo mi riporta alla mente la dichiarazione di Antonio Guida. Fu lui a dire che la casa di Velotto era diventata un capannone”.

LE ACCUSE. Un profilo commissivo e omissivo. Il pm Ambrosino ha definito così i coinvolgimenti di Pasquale Cosenza, Massimiliano Bonzani e Gerardo Velotto. Soprattutto la posizione di quest’ultimo è stata duramente attaccata durante la discussione. “Ha cercato di scaricare il peso della responsabilità su Bonzani, suo direttore dei lavori, come strategia difensiva. Inoltre ha prodotto foto e video, che chissà come mai sono stati presentati solo più tardi. Uno di questi è stato girato da sua figlia il 18 giugno 2017, ma non c’è traccia del suo telefono. Peraltro il suo consulente non ha nemmeno verificato se ci fossero file cancellati. I rilievi fotografici sono stati scattati in primavera, a lavori ancora non iniziati. Mentre in quelli di luglio, non viene mai preso in considerazione il maschio murario numero tre. Inoltre da un ulteriore filmato mancano solo i tramezzi della zona mare”.

“Velotto ha affidato i lavori a un soggetto non qualificato come Pasquale Cosenza –ha poi aggiunto il magistrato- E non può trincerarsi dietro l’affidamento della direzione a Bonzani”.

Proprio su Cosenza, invece, ha aggiunto. “Malgrado non avesse le conoscenze ha continuato a lavorare, violando ogni regola di perizia”.

Particolare attenzione anche sulla controversa figura di Massimiliano Bonzani. “E’ stato più volte visto sul luogo dei lavori, seppure ha riferito di non aver mai firmato l’incarico. Inoltre non ha effettuato le dovute verifiche in un immobile vetusto. Poi quando si è accorto della situazione a rischio ha provato a rimediare con interventi non idonei. Dinanzi al pericolo imminente non ha provveduto a sgomberare lo stabile e a chiamare i vigili del fuoco”.

Spazio poi all’analisi delle posizioni di Nello Manzo, Massimo Lafranco e Roberto Cuomo. Il primo aspetto osservato dal pm Ambrosino è stata la chat del 2 maggio in cui erano presenti tutti gli inquilini del palazzo. “Tutti sapevano tutto – ha detto il pm in aula – e tutti sapevano che i lavori avevano creato una situazione di pericolo”.

E proprio sulla pericolosità dei lavori è stato messo a fuoco l’incontro tra Massimo Lafranco e Gerardo Velotto con il notaio di Liegro, per la scrittura privata “firmata con i morti sotto le macerie. Un comportamento censurabile e deontologicamente scorretto”, fino all’accesso (sempre a tragedia avvenuta) al file dei rilievi di Rampa Nunziante dal computer di Nello Manzo ed eliminati poco dopo. Secondo il pm l’avvocato Lafranco ha avuto piena consapevolezza dei lavori effettuati al secondo piano e anche della loro pericolosità.

Infine, spazio alla posizione di Roberto Cuomo. L’amministratore del palazzo che, secondo quanto riferito dalla Ambrosino in aula, “quando ha avuto notizia dei lavori abusivi e delle lamentele degli inquilini, anziché svolgere il proprio dovere richiedendo atti e documenti sui lavori, non ha ritenuto di dover fare contestazioni, nemmeno nella riunione condominiale avvenuta il giorno prima del crollo. Così facendo, non raccogliendo nemmeno le preoccupazioni espresse da Giacomo Cuccurullo, si sono fatti crollare il palazzo addosso, ignorando le più elementari regole di intervento”.

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L'inizio della requisitoria