Ricordando Siani, l'amico e collega: 'Giancarlo trasmetteva serenità solo guardandoti'
Il racconto di Antonio Irlando, nella piazza di Vico Equense che ora porta il nome del cronista ucciso dalla camorra
22-09-2025 | di Marco De Rosa
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“Giancarlo trasmetteva serenità solo guardandoti negli occhi”. È la prima cosa che affiora nella mente di Antonio Irlando, amico e collega di Siani, all’indomani del 23 settembre, giorno in cui l’Italia ricorda il sacrificio del giornalista del Mattino assassinato dalla camorra nel 1985. La sua memoria continua a essere viva non solo attraverso libri, film e documentari, ma anche nel ricordo di chi lo ha conosciuto da vicino. Per celebrare Giancarlo, abbiamo raccolto la testimonianza di Antonio Irlando, architetto e amico fraterno, che negli anni Ottanta condivideva con lui momenti di lavoro e di vita a Vico Equense e a Torre Annunziata, proprio nella piazza che oggi porta il suo nome.
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Chi era Giancarlo Siani, al di là dell’immagine che abbiamo appreso dai giornali o dalle commemorazioni?
“Giancarlo era una persona piacevole, interessante, mai banale. Quello che lo rendeva unico era la sua semplicità. Nel lavoro riusciva a parlare con tutti: dal camorrista a cui estorceva informazioni, fino al sindaco o all’assessore. Aveva la capacità di coltivare relazioni diverse, sempre in modo spontaneo”.
Avevate un luogo abituale dove vi incontravate?
“Sì, il nostro punto di ritrovo era il bar davanti alla caserma di Torre Annunziata. Con il barista c’era un rapporto di confidenza: a volte ci forniva notizie persino prima di entrare in caserma. Giancarlo non si comportava come il giornalista serioso col taccuino, che osserva tutti dall’alto in basso. Lui sapeva metterti a tuo agio, con un atteggiamento disteso e quel sorriso accogliente che diceva più di tante parole”.
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Nel momento in cui parliamo ci troviamo in Piazzale Siani, a Vico Equense, dove spesso i bambini giocano. Giancarlo amava anche lo sport, vero?
“Certo. Allenava una squadra di pallavolo ai Salesiani del Vomero. Sarebbe stato felice di vedere questi ragazzi correre e divertirsi qui. Ripeteva sempre che a Vico Equense mancavano impianti sportivi: questa piazza, per lui, sarebbe stata una grande conquista per i giovani”.
Come riusciva a stemperare le tensioni del suo lavoro?
“Gli bastava guardarti negli occhi. Trasmetteva serenità con un gesto semplice, senza bisogno di tante parole”.
C’è un suo lavoro giornalistico che meriterebbe di essere riscoperto?
“Più che un singolo articolo, direi alcuni speciali che curò per una rivista, “L’Osservatorio sulla camorra”. In quelle inchieste riuscì a spiegare in profondità ciò che non era possibile racchiudere in un pezzo di cronaca quotidiana. Erano lavori rigorosi, sempre verificati, raccontati con rispetto per le indagini. Un modo molto diverso da quello odierno, dove spesso prevale la smania di arrivare per primi”.
Che rapporto aveva con i giovani?
“Gli piaceva scherzare sul fatto di fare il “professorino”, ma nel senso buono. Cercava di trasmettere l’idea che le cose vanno fatte seriamente per essere credibili, senza però prendersi troppo sul serio”.
C’è un aspetto della sua personalità che libri o film non hanno mai restituito del tutto?
“Negli anni Ottanta i giornalisti erano percepiti quasi come divi. Giancarlo, invece, testimoniava che il giornalista dovesse stare tra la gente, con semplicità e rigore. Anche se al Mattino un corrispondente locale non poteva occuparsi di grandi inchieste, lui sapeva raccontare la città, giorno dopo giorno, trasformando la cronaca in un vero racconto”.
Qual è l’immagine più affettuosa che conserva di lui, lontano dal lavoro?
“Penso a una foto molto conosciuta, che però in pochi sanno essere stata scattata qui a Vico Equense, davanti al cimitero comunale. Un luogo che frequentava spesso, anche perché qui viveva la sua fidanzata Daniela”.
Se potesse raccontargli come sono cambiate Napoli, Torre Annunziata e Vico Equense, cosa pensa che direbbe?
“Temo che mi direbbe che molte delle cose che scrisse stanno accadendo di nuovo. Forse sono severo, ma basterebbe aggiornare le date di certi articoli: i problemi restano, con poche differenze”.
E se oggi Giancarlo fosse qui, in questa piazza che porta il suo nome?
“Lo abbraccerei. E gli restituirei il favore: tanti anni fa mi portò qui a conoscere la sua fidanzata, e fu in quell’occasione che incontrai la donna che poi sarebbe diventata mia moglie. Stavolta sarei io a portarlo a fare un giro tra le nuove pizzerie di Vico Equense”.
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