“La macchina non va bene, fuma troppo”. Questo l’input, il segnale dato al telefono che indicava "partite" scadenti, da non smerciare nelle piazze del vesuviano gestite dai “Limelli-Vangone”. I carabinieri del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna, però, sentivano tutto, anche i messaggi in codice, nell’ambito della maxi-inchiesta che ha sgominato ieri una vera e propria associazione a delinquere, dedita al traffico di cocaina ed hashish, con base a Boscotrecase e ramificazioni al nord Italia.

Sedici le persone indagate: utilizzavano soprattutto cellulari e “linee dedicate” per scambiarsi informazioni, impartire ordini, accordarsi su cifre, appuntamenti, luoghi, orari. Il gruppo sapeva di essere sotto controllo. Per questo usava le dovute “precauzioni”. “Olio” ed “acqua” indicavano la sostanza da taglio utilizzata per la droga. Le “precauzioni”, però, venivano prese solo al telefono. In macchina, infatti, gli indagati si sentivano al sicuro, parlando liberamente. Mossa sbagliata: il confronto tra intercettazioni ambientali e telefoniche li ha inchiodati, agevolando i riscontri degli agenti.

I particolari descritti emergono dalla corposa ordinanza di 210 pagine, firmata dal gip del Tribunale di Napoli Egle Pilla. Provvedimento che ha spedito ieri in carcere dieci persone. Cinque, invece, sono finite ai domiciliari. In galera anche Giovan Battista Ametrano, classe ’68 di Boscotrecase, definito dai carabinieri come “il punto di partenza” delle indagini, e Luigi Tortora, 47 anni, di Nocera Inferiore.

Anche loro, al cellulare, si tradiscono, parlando di “acqua”, “olio” e “motori”: “…hanno messo l’olio…non hanno messo quello buono…hanno buttato un po’ d’acqua dentro…è  troppa acqua…parecchia acqua…e non va bene…fuma, fuma di brutto…la macchina si può fondere…”. Input partito, ma il cellulare era sotto controllo.

La storia

I retroscena

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