C’era una volta un Paese in cui ogni qualvolta veniva alla luce un bene archeologico questo rimaneva per molto tempo alla mercé di profanatori e di chiunque volesse portar via un ricordino per i posteri. Tutto ciò, salvo eccezioni, oggi non è più possibile grazie alle nuove legislazioni che tutelano i beni archeologici e al primo sentore, durante uno scavo, obbligano al ricorso alla Soprintendenza per i beni archeologici.

Tra le tante mete “trafugate” per anni c’è l’emblema del bene archeologico per eccellenza, Pompei. E’ facilmente comprensibile come una città dormiente quale Pompei si prestasse ad essere facilmente bottino prelibato di saccheggiatori e curiosi di ogni sorta, se non altro per la sua ampiezza e difficoltà di gestione. Bene! A volte, però, qualche buona notizia allieta l’animo di tutti, specie degli appassionati di archeologia. Ultimamente uno strano fenomeno sta, infatti, interessando proprio la Soprintendenza pompeiana. Pare stiano arrivando “pacchi” con reperti trafugati nel passato.

Trattasi, perlopiù. di figli che grazie ad una diversa sensibilità, cercano di rimediare agli errori dei padri che in passato hanno voluto, a seguito di una visita nella città, portare con se un pezzo fisico della stessa. Qualche giorno fa sul tavolo del Soprintende Osanna è arrivato un pacco con una lettera scritta da una signora inglese che diceva così "Nella scatola c’è un pezzo di mosaico bianco, ben tenuto, su un supporto. E’ stato trafugato da mamma e papà, durante una visita negli Scavi, negli anni ‘70". Anche allora c’era chi si arrabattava per tirare fino a fine mese, magari chiedendo un prestito Inpdap e chi andava in giro per il mondo a rubare reperti archeologici.

Scherzi a parte, quella della donna inglese deve essere stata un’eredità pesante. La lettera chiosava così: "Adesso la mia coscienza è pulita, ma non giudicate male i miei genitori, erano altri tempi". Le tessere bianche inviate dalla signora inglese ora sono nelle mani degli archeologi che stanno tentando di capire a quale domus appartengano. Molti credono che queste restituzioni siano il frutto di una sorta di “maledizione di Pompei”. Una credenza popolare che, legata agli eventi tragici del 79 d.C. lega il furto di beni legati alla città ad eventi tragici o sfortunati accaduti proprio alle famiglie che li custodivano segretamente.