Rosario Iannucci era un mio amico personale, come di tutto il “De Chirico”, quando ancora era Istituto d’Arte. Da tempo si lavorava a una nuova pubblicazione e a una mostra celebrative dei 50 anni dell’AICOVIS che ricorrevano proprio in quello appena trascorso. Uno dei tanti progetti di chi non si è mai arreso alla solida illusione – consentitemi di dire “rassegnata” – che conti solo il presente. Di chi ha sempre cercato varchi di felicità nel futuro che si ha il potere di immaginare. Di chi ha compreso, fatto proprio e assunto a guida, l’enigma della condizione umana che non si identifica con la realtà cristallizzata nel momento del suo accadere, ma col non essere ancora. E che pur potrà sempre essere. 

“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” fa dire Brecht a Galileo che ha appena abiurato. E la nostra terra reca come sventura la condanna della sua bellezza avvertita come immeritata. Una sorta di colpa di non esserne degni che la consegna ad una condizione di perenne, inquieta incertezza, dove tutto è sempre sul punto di cominciare e l’esito finale differisce ineluttabilmente nel tempo a venire. É in terre come la nostra che gli eroi sono figure che ne incarnano la giusta misura dei valori medi che sono gli stessi di tutta l’umanità. Persone che semplicemente si accendono a quelle speranze che sono il sogno dell’uomo da sveglio; che mettono, nel loro agire, per naturale talento, quella sicura determinazione che proviene dalla coscienza etica del proprio operare, l’attitudine all’esercizio della coerenza, dell’innamoramento del proprio sogno. Ce ne sono. Rosario era tra questi. Senza mai dimenticare la sua origine. Anzi rivendicando, come il Noodle/De Niro di “C’era una volta in America”, la nostalgia - “praticata”, verrebbe da dire – della “puzza” della strada. Era il suo respiro di libertà.

Ho ricevuto una sua brevissima e faticosa telefonata, prima di Natale. Gli ho annunciato una mia visita, dopo le feste. Non l’ho fatto. Non sono andato a salutarlo. Lo farò domani, in chiesa. Mi resterà il rimorso di quella promessa lasciata cadere. O forse no. Mi piace pensare che gli farei un torto, a Rosario, ad attribuirgli un risentimento per la mia mancata visita. Non lo avrebbe meritato in vita. Non lo merita adesso, nella memoria di un tempo che abbiamo in minima parte condiviso. E continueremo a farlo.

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