Bereguardo, Pavia. E’ il 2 luglio 2003. Il corpo di un uomo, Gioacchino Lombardo (51 anni), viene trovato carbonizzato all’interno di un’auto. Per gli investigatori nessun dubbio: il movente del delitto è passionale. L’omicidio porterà in carcere il figlio della vittima, Vincenzo (condannato a 16 anni di reclusione), e tre suoi amici: i fratelli Giovanni, Claudio e Pasquale Palumbo. Quest’ultimo, 51enne di Torre Annunziata ma savonese di adozione (gestiva da vent’anni con la moglie un bar in via Valloria), assistito dall’avvocato Fabrizio Vincenzi si professerà sempre innocente. Il 23 aprile 2015 la Corte d’Assise d’Appello del Tribunale di Milano lo condanna alla pena dell’ergastolo. Sentenza cancellata dalla Cassazione. I giudici, accogliendo il ricorso della difesa, hanno annullato con rinvio quel durissimo “fine pena mai”.

I PROCESSI. La vicenda risale a tredici anni fa, quando Gioacchino Lombardo è aggredito al Villaggio Prealpino di Brescia a calci e pugni dal figlio 36enne Vincenzo a causa di una donna contesa, una romena che proprio la vittima ha portato in Italia. Secondo gli investigatori, sulla scena del delitto ci sono anche i tre fratelli Palumbo, che avrebbero aiutato il figlio di Lombardo a immobilizzare il padre e a trasportarlo in una “station-wagon” fino a Pavia. L’uomo - la tesi dei i giudici - viene pestato a sangue, incaprettato, e ancora agonizzante chiuso nel bagagliaio dell’auto, poi data alle fiamme.

L'autopsia rileva tracce di gas da combustione nei polmoni della vittima, e l'imputazione diventa quella di tentato omicidio e omicidio colposo. Accuse che costano, nel 2010, 23 anni di carcere ai quattro indagati. In secondo grado, la sentenza è ancor più dura per il barista originario di Torre Annunziata. Pasquale Palumbo, a differenza degli altri, non cerca lo sconto di pena in abbreviato. Ma subisce la classica “batosta” nonostante – nella motivazione della sentenza di condanna – la Corte di Appello scriva che «non è dato riscontrare quale fu il suo ruolo, se cioè colpì o meno con calci la vittima o in quale misura collaborò all’incaprettamento».

LA DIFESA. «Quello che il mio cliente ha sempre sostenuto, cioè di non aver mai partecipato al delitto, ha trovato conferma. È presto per poter parlare di assoluzione, ma la pronuncia della Cassazione ha un peso importante. Non si può condannare a vita un uomo senza la prova della sua responsabilità». Parole forti quelle espresse dall’avvocato di Pasquale Palumbo, il legale savonese Fabrizio Vincenzi. Che nel ricorso ai giudici ermellini ha evidenziato come non siano state riscontrate (a differenza degli altri coimputati), «tracce biologiche di Pasquale Palumbo sul luogo in cui avvenne il pestaggio di Lombardo».

Per la Corte d’Assise d’Appello, però, Pasquale Palumbo sarebbe stato presente sulla scena del delitto «dalla sera del 1 luglio 2003 al pomeriggio successivo». Questo direbbero i tabulati telefonici. Tesi contestata dall’avvocato Vincenzi, che ha infine sottolineato la mancanza di un movente nel delitto. “Pasquale Palumbo – così l’avvocato alla Corte di Roma - non aveva mai conosciuto la vittima’’. 

Nella foto la “scena” del delitto e l’auto data alla fiamme