Era il 26 marzo 2004 a Torre Annunziata e Matilde Sorrentino, 49 anni, trucidata sull’uscio di casa alle otto e mezzo di sera da Alfredo Gallo (condannato poi all’ergastolo per l'omicidio, ndr), divenne subito, da allora e per tutti, “Mamma coraggio”. Forse, non era proprio così. Forse, Matilde era semplicemente una “mamma normale” ma determinata, coraggiosa, ostinata. Pronta a tutto, anche a farsi ammazzare da due colpi sparati al volto e al petto, pur di incastrare chi, nel ’97, al terzo circolo didattico di via Isonzo, abusò dei suoi piccoli. Salvatore e Giuseppe, oggi grandi, 26 anni il primo, 28 il secondo, ma segnati a vita dagli “orchi del rione Poverelli” e rimasti tremendamente soli. Senza madre e senza padre, morto qualche anno fa d'infarto dopo un viaggio in treno.

Il presidio cittadino di Libera, ad undici anni dal terribile omicidio di Matilde Sorrentino, ricorderà domani “Mamma coraggio” con una giornata all’insegna del contrasto alla pedofilia. “Mi fa piacere – commenta Elena Coccia, l’avvocato napoletano esperto in diritto di famiglia e legale della famiglia Sorrentino – anche se nessuno mi ha invitata, così come solo grazie a don Tonino Palmese ho scoperto che in città esiste una casa famiglia intitolata a Matilde. La verità? Dopo la sentenza definitiva, i suoi figli sono stati abbandonati da tutti. Anche dal Comune di Torre Annunziata”.

Salvatore e Giuseppe, infatti, furono presto inseriti “grazie all’attenzione dell’allora Prefetto di Napoli Profili”, nel programma di protezione ministeriale per “testimoni di giustizia”. Via da Torre Annunziata. Via dall’orribile loro vissuto, certo. Ma anche via dagli affetti, dalle abitudini e dalle tradizioni. Dalla loro città, insomma. Costretti a vivere per anni in luoghi segreti, sempre diversi. Spostati quasi come “pacchi”. Fino al 2013 quando, secondo il Ministero, i figli di “Mamma coraggio” non correvano ormai più alcun rischio.

E’ allora che l’avvocato Coccia, “l’unica a mantenere un contatto con le altre vere vittime della tragedia”, inizia una nuova battaglia legale. Stavolta la causa non è contro il killer di Matilde. No. Ma contro il Comune di Torre Annunziata (non costituitosi parte civile al processo per omicidio, perché assente in prima udienza, ndr) ed il Ministero, per la mancata dovuta custodia della scuola degli orrori. Tecnicamente si chiama “culpa in vigilando”.

“L’anno scorso – sottolinea l’avvocato Coccia – i figli di Matilde hanno ottenuto in primo grado un risarcimento di cinquecentomila euro per riprendersi una vita almeno regolare. Cos’ha fatto il Comune? Non mi ha nemmeno chiamata cercando un accordo, anzi. Ha proposto direttamente appello in tribunale contro il risarcimento”.

La storia di Matilde andrebbe davvero raccontata tutta. Dall’inizio alla fine. Troppe falle, anche nell’inchiesta: “Non si è mai approfondita sul serio – continua l’avvocato – la presenza di eventuali mandanti dell’omicidio”. Forse, pure tanta retorica, dato lo stucchevole epilogo legato alla “querelle” sul risarcimento alle vittime degli abusi.

“In questi anni – conclude la Coccia – ho fatto tutto a mie spese, viaggiando anche di notte per andare dai figli di Matilde. Anche solo quando, lontano da Torre, mi chiamavano per portar loro una semplice sfogliatella”. Ed il treno? “Sempre pagato da me”. Piccoli gesti, per carità. Pur sempre simboli, però. Aldilà di ogni facile retorica.

(Nella foto, il funerale di Matilde Sorrentino. Nel riquadro a sinistra "mamma coraggio", a destra il killer Alfredo Gallo)