TORRE ANNUNZIATA. Un altro stop alle indagini, il secondo. Ad otto anni di distanza da un delitto che così continua a tingersi di ‘giallo’ e a trascinarsi, stanco, senza lo ‘straccio’ di un colpevole. Nonostante la recente svolta (leggi qui). Il gip del tribunale di Torre Annunziata, Antonello Fiorentino, ha archiviato l’inchiesta-bis sulla morte di Giuseppe Veropalumbo, l’operaio oplontino ucciso da un proiettile vagante sparato in strada per ‘salutare’ il Capodanno. Fascicolo per omicidio preterintenzionale riaperto in Procura e in estate a carico di C.C., 38enne di Torre Annunziata ritenuto il presunto autore dello sparo, ma soltanto sulla base di un racconto ‘de relato’ fatto agli inquirenti da un collaboratore di giustizia. 

INCHIESTA RIAPERTA DA UN PENTITO. Nel Luglio scorso, furono le dichiarazioni rilasciate ai pm dal pentito di camorra Michele Palumbo ‘munnezza’, ex-killer spietato del clan Gionta e già condannato all’ergastolo per l’omicidio del pregiudicato Ettore Merlino, a riaprire le indagini sul delitto irrisolto di Capodanno. Il relativo fascicolo fu archiviato per la prima volta nel 2013 dall’allora Procuratore Capo di Torre Annunziata, Diego Marmo: assenza di “prove certe sull’identità” dell’assassino fu la motivazione. Ma Palumbo (46 anni, da 6 in carcere e dal 2015 collaboratore di giustizia, ndr), nell’ultimo interrogatorio dinanzi ai magistrati della Dda di Napoli riferì di conoscere, per averlo appreso da terzi, l’identità del presunto assassino di Giuseppe Veropalumbo.

LA SUCCESSIVA ‘MOSSA’ DEL PM. La testimonianza del pentito spinse il sostituto procuratore di Torre Annunziata, Silvio Pavia, a riaprire immediatamente il caso. Il nome di C.C., il 38enne oplontino indicato da Palumbo come possibile autore del folle gesto di Capodanno, fu iscritto nel fascicolo-bis con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Ascoltato dallo stesso pm, l’uomo negò da subito ogni addebito. Già nel 2014 arrivò una presunta svolta nell’inchiesta grazie alle rivelazioni di due collaboratori di giustizia, che in carcere raccolsero voci sul presunto responsabile della morte di Giuseppe Veropalumbo. Voci, però, mai suffragate da concreti elementi di prova.

L’ARCHIVIAZIONE. Proprio come stavolta. Dopo l’interrogatorio dell’unico indagato, infatti, il lavoro del pm Pavia è andato avanti, cercando i necessari riscontri pure raccogliendo le testimonianze di altre persone – presenti sulla scena del delitto nell’immediatezza dello stesso o poco dopo l’accaduto - . Tutti, convocati in Procura, avrebbero risposto di ricordare poco o nulla, di non sapere. E’ per questo che l’accusa ha chiesto al giudice l’archiviazione. Richiesta accolta. La posizione di C.C. è adesso definitivamente stralciata. Per il gip Antonello Fiorentino, nonostante gli sforzi investigativi, risulterebbe ora quasi impossibile risalire all’identità di chi uccise Giuseppe Veropalumbo. Anche per le incredibili circostanze in cui maturò il delitto. Un solo racconto, peraltro indiretto, serve a poco. 

IL DELITTO. E’ la notte del 31 dicembre 2007, ore 23:15. Giuseppe Veropalumbo, carrozziere oplontino di 30 anni, aspetta il Capodanno in casa. Gioca a tavola coi parenti dopo il cenone. Sono più o meno venti, tra adulti e bambini. In braccio, Giuseppe tiene la sua piccola Ludovica. Lei ha soltanto pochi mesi e il papà la stringe forte a sé. Quasi intuisce che sarà l’ultima volta. Sì perché Giuseppe, d’improvviso, si accascia, perde i sensi. Il sangue che gli esce dalla bocca e dal fianco sinistro. Un colpo di pistola, esploso dall’esterno per "festeggiare" la mezzanotte, fora gli infissi della finestra della sua abitazione, al nono piano di uno stabile in corso Vittorio Emanuele III. Giuseppe Veropalumbo muore sul colpo. Inutili i soccorsi del personale del 118 e il suo trasferimento all’ospedale di Boscotrecase. La pallottola gli trafigge secco il cuore. L’operaio era seduto al tavolo, vicino alla finestra. Con lui a giocare a carte, un cognato e lo zio. Poco più in là, alle prese con la tombola, donne e bambini.

LA VEDOVA. Da subito sua moglie, Carmela Sermino, ora presidente dell’Osservatorio per la Legalità istituito dal Comune di Torre Annunziata, parlerà di un omicidio di camorra. Pensiero ribadito a distanza di anni in una commovente lettera aperta, ripresa dai mass-media di tutta Italia. “E’ stato un omicidio – l’esordio nello scritto della vedova  - . Giuseppe è stato colpito dal proiettile esploso da una pistola calibro 9×21. Quell’arma non si è messa a sparare da sola. Un criminale ha premuto il grilletto senza preoccuparsi delle conseguenze del suo gesto; lo ha fatto con lucida follia, comportandosi da camorrista. Perché chi detiene un’arma e la utilizza in questo modo è un camorrista”.

Il 31 agosto scorso il sindaco oplontino, Giosuè Starita, ha consegnato alla Sermino le chiavi dell’appartamento in via Vittorio Veneto confiscato al ras del clan Gionta, Aldo Agretti, cugino di un altro Aldo, il ‘boss-poeta’, e figlio di ‘zì Carmelina’, sorella del fondatore della cosca, l’ergastolano don Valentino. Agretti è già stato condannato per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti. “Questa casa sarà il nostro centro anti-camorra”, così quel giorno e in lacrime la vedova Veropalumbo. L’ampio salone dell’appartamento sarà a breve dedicato alla memoria di Gaetano Montanino, vittima innocente di mafia. Al suo interno, una volta a settimana, si terranno dibattiti e incontri con associazioni e familiari. “Perché nessuno, tornando a casa, dopo i tappeti rossi stesi alle cerimonie dovrà sentirsi solo. Come invece mi sono sentita io, otto anni fa. Sola e tradita dalla città che Giuseppe amava più della sua stessa vita. Spero che il mio ritorno a Torre – commentò poi la Sermino – spinga chi conosce il killer di Giuseppe a fare il suo nome ai magistrati. Continuo a credere nel loro lavoro”.