Tre anni e mezzo di carcere per la vendita clandestina e la ricettazione di una calibro 9, la pistola usata il 23 maggio 2014 da Francesco De Stefano (78 anni, poi condannato all’ergastolo) per uccidere suo nipote, Domenico Avino (52). Questo il verdetto emesso ieri dal giudice monocratico del Tribunale di Torre Annunziata, Federica De Maio, nei confronti di Vincenzo Catania (42), residente a Scafati, imprenditore però noto nel settore degli pneumatici auto a Castellammare di Stabia e con precedenti per furto ed estorsione.

E’ andata dunque a segno a processo la tesi dell’accusa, sostenuta dal pm della Procura della Repubblica oplontina Francesco De Tommasi (che per Catania aveva chiesto la condanna a quattro anni di reclusione, ndr), nello stralcio sull’omicidio che sconvolse poco prima dell’estate scorsa la piccola città di Trecase.

Al centro del massacro in piena regola e in famiglia, due colpi di pistola esplosi dallo zio pensionato al volto e al collo del nipote, Vincenzo Catania, incensurato e padre esemplare. De Stefano confessò subito l’omicidio in caserma. Motivo? Il mancato accordo sulla spartizione di quel maledetto podere: il terreno sulla ‘Panoramica’ dove nello stesso giorno freddò il nipote, raggiunto senza pietà da un secondo colpo al collo, intento a scappare verso la sua macchina.

Le indagini dei Carabinieri di Trecase e di Torre Annunziata si concentrarono poi sulla pistola, non denunciata, usata dal killer per uccidere la vittima. L’inchiesta accertò che a vendere per 1500 euro la calibro 9 a De Stefano fu proprio Vincenzo Catania, finito ai domiciliari sei mesi dopo l’atroce delitto in ambito familiare. Ad inchiodare Catania, che con ogni probabilità non aveva alcuna idea sul successivo utilizzo dell’arma, le frasi intercettate in carcere tra lo ‘zio killer’ e suo figlio Catello.

In foto da sinistra Domenico Avino e Francesco De Stefano