Venitemi a prendere. Mi stanno uccidendo”. E’ l’ultimo messaggio scritto da Maria Lanzara prima di morire. Voleva chiedere aiuto ai familiari. Poi il silenzio, fino alla telefonata dei dottori: “Mi dispiace, sua mamma è morta. Ora è all’obitorio”. A distanza di dieci giorni, i familiari di Maria Lanzara sono sconvolti dal dolore per la morte della donna. Ricoverata per covid, non è riuscita a sconfiggere il virus, che l’ha portata via a 73 anni. “Non sappiamo com’è morta, per giorni abbiamo telefonato senza ricevere risposte. Ora abbiamo chiesto di accedere alla sua cartella clinica. Vogliamo la verità”, ha raccontato tra le lacrime la figlia Imma.

Tutto è iniziato il 14 febbraio, quando Maria Lanzara viene contagiata dal coronavirus. Qualche giorno dopo sono arrivate le prime complicazioni, con l’arrivo all’Ospedale del Mare. Quattro giorni su una barella del Pronto Soccorso in attesa del posto letto. “Dopo tante telefonate senza risposta – ha spiegato la figlia – ci hanno riferito di una polmonite bilaterale interstiziale, classica da covid. Per 12 giorni mia madre è stata costantemente in contatto con noi su WhatsApp ed ogni secondo ci ripeteva che nessuno andava a visitarla sebbene chiamasse i dottori con insistenza, che il cibo non arrivava quasi mai e che aveva le braccia piene di lividi a causa degli aghi. Non capisco perché dovessero infierire in quel modo e non usare un ago cannula”.

Poi la situazione precipita. Il giorno prima che morisse la decisione di intubare Maria Lanzara: “Le hanno fatto firmare un consenso formale per avvisarla che la stavano portando in terapia intensiva. Mia madre disperata ci ha mandato il suo ultimo messaggio alle 16.41 implorandoci di andare a prenderla perché la stavano uccidendo. È morta la notte stessa, anche se nessuno ci ha detto con certezza l'ora, né il perché”.

Di qui la richiesta di accedere alla cartella clinica della donna. Un primo atto di un eventuale percorso legale: “Ci sono state delle cose che per me risultano strane – ha precisato la figlia Imma -. La mattina avevamo parlato con i dottori che l’avevano giudicata stabile, poi non si sa cosa sia accaduto. Ma mi chiedo se sia possibile che una persona in pericolo di vita abbia la capacità di mandare un messaggio nel quale chiedeva aiuto”.

Ora i familiari vogliono risposte: “Lo devo a mia madre. Lei stava bene, si era anche ripresa. Le persone arrivano in ospedale con la speranza di essere salvate, non con l’incubo che possano morire da un momento all’altro”.


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