Il clan Gionta si rivolse al boss del Piano Napoli Francesco Casillo per nascondere Carmine Maresca, l’autore dell’omicidio del tenente Marco Pittoni, appena 16enne e figlio del killer giontiano Giuseppe ‘o trippone. “Chiesi a Orazio Bafumi (uno dei suoi fedelissimi, ndr) di accompagnarlo a Sabaudia. Poi i carabinieri vennero da me, trattai con Palazzo Fienga e alla fine, tramite un affiliato, ottenni il nulla osta da Gemma Donnarumma, la moglie di Valentino Gionta. Parlai con la mamma del ragazzo e lo feci consegnare”. Lo ha detto proprio Francesco Casillo, alias "a' vurzella" nel corso della sua deposizione nel processo contro i presunti carabinieri infedeli della caserma di Torre Annunziata. Un'udienza durata circa 3 ore in cui pm e difesa si sono dati battaglia a colpi di deposizioni e contestazioni. Nessun nome riguardo l’affiliato che avrebbe fatto da intermediario: “Il clan Gionta è composto da quasi 300 persone, è impossibile ricordare i nomi di tutti”, ha detto Casillo in aula.

I RAPPORTI CON I CARABINIERI. Discussi a lungo i rapporti che il ras del Piano Napoli aveva con il capitano dell’Arma di Torre Annunziata Pasquale Sario, secondo la Procura corrotto, insieme con l’appuntato Sandro Acunzo e il luogotenente Gaetano Desiderio, dal boss Franco Casillo. “A’ vurzella”, infatti, avrebbe passato loro informazioni per compiere arresti e sequestri eccellenti (compresa la cattura dell’assassino del tenete Pittoni e di Umberto Onda, ndr) in cambio di favori. “Incontrai Sario la prima volta poco dopo la morte del tenente Marco Pittoni – ha riferito Casillo in aula – poi intrattenemmo alcuni rapporti di tipo conviviale con Acunzo, nella sua cantina. Era lui ad avere in mano tutto. Addirittura mi propose una finta collaborazione per risolvere alcuni problemi nei quali ero invischiato. Mi fu promesso che avrebbero effettuato dei sequestri pilotati di armi e droga, con l’obiettivo di un guadagno da parte mia e una bella figura da parte loro”.

I COLLOQUI CON LA FAMIGLIA. Tutto passava sotto il giudizio di Acunzo, compresa la finta collaborazione con il procuratore Pierpaolo Filippelli. Fino a quando poi i nodi non sono venuti al pettine. In un colloquio privato tra il ras e sua moglie, emersero le prime preoccupazioni della donna sulle possibili conseguenze di quella collaborazione che poi, nei fatti, non c’era. “Mi disse che era preoccupata per lei e per i nostri figli – ha dichiarato Casillo nel corso della testimonianza – ma io le dissi una bugia, non doveva preoccuparsi perché era tutto sotto controllo”.

LE PROSSIME UDIENZE. Il collegio ha fissato per il 26 novembre la prossima udienza, in cui si continuerà a parlare dei rapporti di Casillo con i militari dell’Arma e si darà ampio spazio alla questione legata ai traffici fatti passare dal porto di Napoli. Stabilite, inoltre, le date di altre 6 udienze in programma fino a marzo 2020.