”Gli imputati hanno preferito la provvidenza, al posto di sgomberare il palazzo”. E’ entrato nelle battute finaili il processo sul crollo di Rampa Nunziante. E’ cominciata questa mattina alle 11:05 la requisitoria del pm Andreana Ambrosino. Il magistrato ha ripercorso in 5 ore la vicenda del crollo, che verrà ripresa nella prossima udienza tra 7 giorni.

Nel corso della discussione la Pm è partita dal tragico 7 luglio fino all’avvio delle indagini. Quindici sono gli imputati a vario titolo, con accuse che vanno dall’omicidio e crollo colposo al falso ideologico.

L’accusa ha evidenziato in più occasioni la perizia redatta dai professori Nicola Augenti e Andrea Prota. “Augenti ha individuato sulla base di un calcolo, che insegnano al terzo anno di geometra un carico di sollecitazione al maschio murario numero 3 – ha affermato il pm - Quest’ultimo era stato indebolito, poiché privato della collaborazione dei tramezzi”.

Da qui l’accusa precisa a carico degli imputati. “Secondo il perito, il 6 luglio c’era un quadro fessurativo evidente e preoccupante. Non poteva essere ignorato. Così gli imputati, anziché sgomberare l’edificio, hanno programmato degli interventi strutturali il giorno successivo. A riferirlo è stato anche il teste Mario Cirillo. Questa consapevolezza c’era già prima, perché avevano provato a porre rimedi con i puntelli e le pile di mattoni. Ma il quadro è evoluto fino a diventare drammatico. Il professor Augenti, con tono sarcastico ma efficace, ha replicato che bastava una verifica che si insegna all'istituto geometra. Invece hanno preferito affidarsi alla provvidenza piuttosto che sgomberare il palazzo”.

LE PERIZIE. Successivamente la Ambrosino ha puntato il dito contro la perizia di Caterina Giagniuolo, presentata dai legali dell’imputato Massimiliano Bonzani. Il pm ha definito la sua escussione un grosso autogol per la difesa. “Ho avuto l’impressione che si sia appiattita sulla consulenza di Augenti, senza una valutazione di tutti gli elementi tecnici e delle testimonianze. Poi ha detto che secondo lei non pensava che ci fossero indizi così forti da far presupporre il crollo. Ma il tecnico non deve fare ipotesi”.

Una testimonianza, definita dalla Ambrosino, “esilarante”. “Quando le è stato chiesto come avrebbe agito se ci fosse stato il quadro fessurativo che ha rilevato il professore Augenti, lei ha replicato che se la sarebbe filata a gambe levate. Se ci fossero stati segni premonitori avrebbe suggerito l’alleggerimento del maschio e puntellamenti vari. E inoltre lo sgombero. Azione che avrebbero dovuto intraprendere gli stessi imputati”.

Particolare attenzione anche alla tesi presentata dall’ingegnere Luigi Petti, perito di parte della difesa di Gerardo Velotto. Il pubblico ministero ha definito la sua relazione isolata e priva di ogni fondamento. “Non ha competenze professionali specifiche in merito a dissesti statici e crolli. Inoltre non ha nemmeno mai svolto alcun sopralluogo all’interno del palazzo”.

Per Petti la tragedia è avvenuta per subsidenza, con la struttura che era disomogenea soprattutto tra il terzo e il quarto piano. “Non ha mai preso in considerazione il maschio murario numero tre- ha aggiunto la Ambrosino- Ha solo presentato una tesi senza alcun rilievo scientifico”.    

IL SUPER TESTIMONE. Il pubblico ministero ha sottolineato infine l’importanza di Mario Menichini. Il supertestimone della Procura con le sue dichiarazioni ha parlato dei rapporti che intercorrevano tra Massimo Lafranco e Gerardo Velotto. “La difesa ha tentato più volte di screditarlo a causa del suo passato. In particolar modo con le dichiarazioni rese da Vincenzo Scognamiglio, persona gravata da vari precedenti. Menichini si è rivelato attendibile, affermando anche di aver ricevuto delle minacce da Lafranco. Si è tentato solo di minare la sua credibilità”.

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